11 Maggio 2012

Il denim scommette sul green

Tra le più inquinanti nel settore, l'industria del jeans punta su nuove tecnologie dal minore impatto sull'ambiente e sulle condizioni di salute dei lavoratori

di Alessia Lucchese (Copenaghen)

Il denim scommette sul green

La green revolution contagia anche il mercato del denimwear. Considerata tra i tessuti dall'impatto maggiore sull'ambiente sia durante che dopo la produzione, la tela di Genova sembra ormai pronta a raccogliere la sfida lanciata dalle organizzazioni ambientali e umanitarie, con l'obiettivo di diventare tra i fabric più sostenibili. Un'impresa che deve prima di tutto fare i conti con i numeri importanti dell'industria del denimwear. Secondo i dati del Global market review of the denim and jeanswear industries e relativi all'inizio del 2012, a livello mondiale il comparto del jeans può contare su un fatturato di 54,2 miliardi di dollari (circa 41,5 miliardi di euro) per 1,91 milioni di paia di jeans venduti. Ogni anno il 10% del raccolto di cotone viene destinato a realizzare prodotti in denim, per un peso complessivo pari a circa 24,74 milioni di tonnellate. E se si considera che per un adulto viene utilizzato circa un metro e mezzo di tessuto, il globo terrestre potrebbe essere avvolto da un'immensa tela di Genova dalla superficie di 4,35 miliardi di metri quadrati o da un unica striscia lunga 2,9 miliardi di metri. Numeri giganteschi che non possono non avere un conseguente impatto a livello sociale e ambientale. Secondo i dati della Sustainable apparel coalition, comitato che raggruppa marchi di abbigliamento e calzature, retailer e aziende manifatturiere come Adidas, Patagonia, H&M, Nike, Marks & Spencer, Levi's, Inditex, Target, Li & Fung e Puma, per un paio di jeans dal prezzo medio di 39,99 dollari si sprecano circa 38 chili di CO2, 2,8 chili di scarti, 47 chilowattora di energia e 1.260 litri di acqua. Senza contare le conseguenze drammatiche sulla salute dei lavoratori provocate da lavorazioni come la sabbiatura, processo che «rovina» il jeans attraverso un getto di sabbia sparato ad alta pressione e che provocherebbe in meno di due anni gravi forme di silicosi, bandita da brand come Gucci, Versace, Burberry e Replay. Una presa di coscienza che nei grandi gruppi della moda si è manifestata negli ultimi anni scegliendo diversi approcci, a partire dalle lavorazioni che oggi puntano più sull'utilizzo dell'ozono e degli enzimi nei trattamenti che garantiscono l'effetto invecchiato alla tela (vedere box sotto). E se la realizzazione di un paio di jeans ha un impatto così forte sull'ambiente, c'è chi ha sposato invece la filosofia del riciclo, incentivando i consumatori a consegnare in appositi cassonetti i propri vecchi modelli le cui fibre saranno poi riutilizzate per dare vita a nuovi prodotti. Che sempre di più in futuro avranno etichette parlanti, che racconteranno la storia di quel paio di jeans dall'origine all'acquisto da parte del consumatore attraverso tecnologie come il Qr code. (riproduzione riservata)