8 Settembre 2012

Cina, futuro d’alta qualità per poter battere la crisi

Du Yuzhou, presidente della China national garment association, e Mario Boselli, numero uno della Cnmi-Camera nazionale della moda italiana, hanno tracciato le linee guida per far crescere i due Paesi. Nel segno della filiera d’alta gamma.

di Fabio Gibellino

Cina, futuro d’alta qualità  per poter battere la crisi

Sfoderare la carta dell’alta qualità per far fronte alla situazione congiunturale internazionale. L’asso nella manica della Cina potrebbe essere proprio quello di scommettere sull’alto di gamma tessile, giocando alla pari con gli altri big player mondiali. A raccontare la situazione macroeconomica della Cina e lo stato dell’arte del settore tessile/abbigliamento, sono stati chiamati sul palco del Mfgs-Milano fashion global summit 2012 di palazzo Mezzanotte due protagonisti d’eccezione: Du Yuzhou, presidente onorario del China national textile and apparel council e presidente della China national garment association, e Mario Boselli, presidente della Cnmi-Camera nazionale della moda italiana. Nella sua relazione, Du Yuzhou, ha riconosciuto quanto la Cina, che nel settore conta 20 milioni di addetti ai lavori, stia soffrendo il riflesso della crisi worldwide. Ne sono testimonianza i rapporti di import-export che l’ex Celeste impero ha con l’Italia dove, a fronte di un vistoso calo delle esportazioni (-20%) corrisponde un aumento delle importazioni di opposta intensità (+20%). Ciononostante, il numero uno della moda cinese ha anche illustrato come il panorama si stia evolvendo in meglio. Di come i salari nell’ultimo decennio si siano quasi triplicati, di come la distribuzione della ricchezza e capacità di spesa si stiano trasformando da rurale e urbana, e di come l’abbigliamento, nel paniere delle grandi città, sia spesso il bene più acquistato. Segno di uno sviluppo ben preciso, perché, come ha dichiarato lo stesso Du Yuzhou: «Credo che la moda sia lo specchio dell’economia di un Paese». Questo prima di passare alle progettualità, che secondo la pragmatica tradizione cinese, sono ambiziose. «Guardando a quello che abbiamo fatto in passato, puntiamo a diventare una società veramente moderna entro la metà del secolo, perché siamo consapevoli di essere diventati più ricchi», ha spiegato, «ma siamo anche consapevoli di essere un Paese in via di sviluppo, che deve ancora crescere per dare a tutti, e di tutte le etnie, una giusta capacità di spesa». Mentre per quanto riguarda la filiera cinese, ha aggiunto che: «Dobbiamo aumentare il valore aggiunto dei nostri prodotti perché non dobbiamo essere solo grade produzione a basso costo, e su questa via dobbiamo rinforzare i nostri brand». Il tutto arrivando ad aprire verso l’annosa questione sulla protezione della proprietà intellettuale e strizzando l’occhio a una produzione più ecologica. «Già oggi la richiesta di energia da parte del settore è scesa del 32%», ha poi concluso Du Yuzhou. D’altro canto, Boselli, ha ricordato prima come il prodotto interno italiano degli ultimi cinque anni non sia certo entusiasmante, al contrario di quello cinese, poi come Cina e Italia siano, insieme a Germania, Giappone e Corea del Sud, gli unici Paesi della Top 20 dei Paesi industrializzati ad avere un saldo positivo nella bilancia commerciale. Arrivando, successivamente, a individuare, senza dimenticare un cenno all’ipotesi di riduzione dei dazi doganali, alcuni punti guida fondamentali per migliorare oltremodo l’alleanza sino-italica. A partire con il considerare come un’opportunità la presenza di griffe cinesi sulle passerelle italiane, così come quella di aziende italiane in manifestazioni cinesi. Ma soprattutto, ha detto il numero uno di Cnmi: «Da un punto di vista strategico è necessario crescere gradualmente in un percorso fatto di accordi, partnership, joint-venture e quant’altro, fino ad arrivare, in un futuro, anche alla possibilità di considerare l’intervento sui capitali». Ma soprattutto, riconoscendo all’industria della moda cinese, una presa di coscienza sulla qualità, visto che le esportazioni di tessuti di pregio made in Italy sono sempre più appannaggio della Grande muraglia. (riproduzione riservata)