8 Settembre 2012

Luxury goods, il Dragone raddoppierà entro il 2015

Paola Durante di Merrill Lynch conferma che la crescita cinese sta rallentando, ma non si tratta certo di un cambiamento di trend: il peso del Paese sui consumi mondiali di luxury goods dal 10% del 2010 arriverà al 22% in cinque anni.

di Alessandro Wagner

Luxury goods, il Dragone raddoppierà entro il 2015

La crescita dell’economia cinese e di conseguenza del consumo di beni di lusso sta rallentando, ma questo non tutti i produttori di beni di lusso ne risentiranno e soprattutto il rallentamento non significa certo un cambiamento di trend, al punto che l’incidenza della Cina sul totale del lusso (già balzata dall’1% del 1998 al 10% del 2010) raddoppierà e anche più in soli cinque anni, per arrivare sino al 22% nel 2015. Questo in sintesi il messaggio contenuto dell’intervento ieri al Mfgs-Milano fashion global summit di Paola Durante, managing director investment bank divisionand head of corporate broking di Bank of America, Merrill Lynch per l’Italia, che ha ripercorso i numeri e le tappe della crescita del Paese asiatico e del relativo mercato del lusso. Sottolineando in particolare che, a fronte del citato rallentamento, le griffe occidentali hanno ancora ampio spazio per crescere soprattutto attraverso l’ampliamento della propria rete retail considerando che in Cina le città confrontabili per dimensioni a Milano sono sessanta e in molte le griffe non sono ancora arrivate. Come si vede dall’immagine a fianco molti brand di primissimo piano, che potrebbero idealmente ipotizzare di essere presenti con almeno un flagship in ognuna delle 60 città minori (oltreché con diversi store nelle grandi megalopoli), non hanno ancora raggiunto quota 50 vetrine. Giorgio Armani è l’unico gruppo fashion italiano con più di 100 negozi (un livello a cui peraltro fra le griffe occidentali è arrivato solo Hugo Boss, oltre alla cosmetica di l’Occitane). Nel complesso i dati confermano che nella moda e nel lusso gli italiani sono i più dinamici della costruzione di una rete retail in Cina: su nove maison che in Cina hanno più di 50 store (Armani, Burberry, Cartier, Ferragamo, Gucci. Hugo Boss, Louis Vuitton e Zegna, oltre al cosiddetto lusso accessibile di Coach), quattro sono italiane e due francesi. In ogni caso, si tratta di reti retail ancora modeste rispetto ai colossi locali: a parte i 1.600 negozi di Chow Tai Fook, che guida la classifica con il triplo di porte rispetto al secondo, Hengdeli nel ha 450, Ports design 389, Esprit 300 e Chow Sang Sang 237. In ogni caso almeno per ora non è l’abbigliamento e nemmeno la pelletteria ma l’orologeria il segmento di maggior peso e a maggiore ritmo di crescita: il 26% dei consumi cinesi (realizzati per il 40% in Cina, per il 35% a Hong Kong e a Macao e per il 25% viaggiando all’estero è rappresentato dagli orologi, il 23% dai prodotti cosmetici, il 13% dalla pelletteria. Il menswear (10%) vale più del doppio del womenswear (4%), fanalino di coda e superato anche da gioielli (+6%) e scarpe). In questo quadro di espansione in Cina, ha sottolineato nel suo intervento Luca Peyrano, head of continental Europe - primary markets di Borsa italiana, le griffe hanno un alleato formidabile nei mercati azionari, in particolare nel gruppo London stock exchange - Borsa italiana. Lo dimostrano le storie di successo delle cinque società del settore che hanno scelto Milano (Luxottica e Tod’s nel 200, Yoox nel 2009, Ferragamo nel 2011 e in ultimo Cucinelli) e che hanno tutte visto i prezzi di collocamento migliorare significativamente, con beneficio anche della notorietà del marchio. In particolare, ha sottolineato Peyrano, balza all’occhio il caso di Ferragamo che in meno di un anno ha guadagnato l’86,1%, mentre l’indice Ftse-Mib nello stesso periodo è arretrato del 21,5%. (riproduzione riservata)