11 Settembre 2012

Il savoir faire di Berluti seduce l’ex Celeste impero

Il direttore creativo della griffe maschile di alta gamma, controllata da Lvmh, ha illustrato durante il Mfgs la sua visione di eccellenza produttiva. Annunciando l’apertura, a gennaio 2013, del primo atelier cinese a Shanghai.

di Chiara Bottoni

Il savoir faire di Berluti seduce l’ex Celeste impero

In un mercato variegato e in rapida espansione come quello cinese, asso nella manica per i marchi europei del lusso è sicuramente il concetto di artigianalità. Il fascino esercitato da un capo creato su misura o da un accessorio personalizzato secondo il gusto del compratore stesso non ha infatti eguali per il consumatore asiatico, così appassionato e sempre più attento nei confronti della moda. Esempio lampante è il caso della maison Berluti, un gioiello di savoir faire, passato sotto il controllo di Lvmh e trasformato per volere del suo ceo, Antoine Arnault, in un marchio maschile di altissima gamma con un’offerta completa di abbigliamento, calzature e accessori, contrassegnati dall’eccellenza produttiva di laboratori artigiani, perlopiù italiani, al servizio del marchio. Artefice di questa nuova vita della maison, il suo direttore creativo, Alessandro Sartori, che ha condiviso, in occasione del Mfgs-Milano fashion global summit, la sua visione di «ritorno all’artigianalità». «Attraverso il mio lavoro su Berluti, ho voluto dimostrare come i concetti di altissima qualità, bespoke e su misura possano oggi essere interpretati con una nuova modernità», ha sottolineato il designer, «Un esempio? Nei nostri negozi, le calzature vengono volutamente consegnate non finite a livello di colore. Questo per dare la possibilità ai nostri clienti di scegliere all’interno di una cartella colori contenente 100 tonalità la preferita. Il trattamento richiede circa un’ora e mezza di lavoro e la particolarità è che la ricetta speciale impiegata in questo processo permette di cambiare, anche a distanza di anni, il colore scelto». Un’operazione di gran fascino che, soprattutto nei nuovi mercati, può oggi fare la differenza. A partire dalla Cina, appunto, dove Berluti ha in programma di espandere la sua rete retail, attraverso un numero ponderato di store, in linea con lo spirito della griffe. «A gennaio 2013 inaugureremo la nostra prima maison cinese a Shanghai, che si aggiungerà alle altre nove vetrine esistenti», ha aggiunto Sartori, «con il termine maison intendiamo definire boutique di ampia metratura, tra i 400 e i 600 metri quadrati, con uno spazio dedicato al bespoke, servizio particolarmente apprezzato e richiesto dalla clientela cinese. Il consumatore locale è infatti particolarmente attento alla precisione fattuale, alla conoscenza delle tecniche produttive artigianali che si nascondo dietro un abito o un accessorio ben fatti». Ma la Cina può essere anche una interessante fonte di ispirazione, anche se non direttamente a livello di immagine. «Nell’ufficio stile amo avere un melting pot culturale», ha concluso Sartori, «al momento abbiamo un designer coreano e un giapponese ma stiamo proprio in questi giorni facendo dei colloqui a uno stilista cinese». A dimostrare che l’interscambio di esperienze, dunque, può funzionare anche dal punto di vista creativo. (riproduzione riservata)