29 Novembre 2012

Il Brasile cresce veloce

di Fabio Gibellino

Il Brasile cresce veloce

Con consumi per 32 miliardi e 155 mila milionari il mercato carioca è uno dei più corteggiati. Ma mostra un difetto: gli alti dazi doganali

Solido, silenzioso e con un unico grande difetto. Il Brasile sta lasciando la categoria di mercato emergente per passare al gradino superiore. Dove la novità lascia lo spazio alla certezza e dove la crescita non è più una lieta sorpresa di fine anno, ma una voce di bilancio sulla quale contare già da gennaio. D’altronde stiamo parlando di un paese che, nonostante le revisioni al ribasso del suo pil 2012 a +2,5%, continua comunque a crescere, e nel 2013 tornerà persino a correre. Perché secondo le stime del Fondo monetario internazionale la sua economia compirà un balzo in avanti del 4,5%. Lo farà perché il paese è ricco di risorse naturali, perché può contare su un’industria agroalimentare in continua espansione, favorita anche da clima e dimensioni del territorio, sulle nuove scoperte di giacimenti di gas e petrolio, che a oggi ne fanno il nono produttore mondiale di greggio, e su un’industria manifatturiera che continua a espandersi. Non c’è quindi nulla da stupirsi quando si scopre che oggi il Brasile ha superato la Gran Bretagna al sesto posto tra le nazioni più industrializzate del mondo e, non solo, sta persino mettendo la freccia per scalzare la Francia dalla quinta posizione. Anche di questo si parlerà al prossimo MFGS-Milano fashion global summit 2012 che, nella cornice di palazzo Vecchio a Firenze, sarà intitolato La conferma degli Usa, il ritorno del Giappone e la promessa del Brasile. Si discuterà, per l’appunto, di come il gigante sudamericano stia diventando sempre più un riferimento per il segmento dei luxury goods. Non a caso, Mauro Ponzé, capo di Coletivo Frescobol, nel corso di un convegno organizzato da Smi-Sistema moda Italia in collaborazione con il ministero dello Sviluppo economico e l’agenzia per la Promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, aveva snocciolato numeri per «26 miliardi di euro di consumi di abbigliamento nel 2010, 30 miliardi nel 2011 e 32 alla fine di quest’anno. Le stime degli addetti ai lavori sul mercato della moda in Brasile sono da capogiro». Dati ancor più interessanti se si considera che il 30% dei consumi di abbigliamento è concentrato in 27 città, che oltre il 50% della popolazione è di età compresa tra gli 11 e i 44 anni, con un’età media di 28 anni, e che nonostante la ancora forte diseguaglianza, negli ultimi dieci anni la metà dei brasiliani meno agiati ha visto il proprio reddito crescere del 68%. Il tutto considerando una popolazione di circa 190 milioni di abitanti: «105 milioni dei quali ora appartenenti alla classe media», aveva sottolineato Michele Tronconi, presidente di Smi. Uno scenario che si traduce per il mondo del lusso in 155 mila milionari, cioè più che in Russia e India, e 5 mila ultramilionari, a cui fanno da contorno altri 10 milioni di potenziali acquirenti moda della classe media-superiore con capacità di acquisto. Il tutto concentrato per il 70% a San Paolo e per il 25% a Rio de Janeiro, il che significa un bacino d’utenza pro-vetrina estremamente vantaggioso per le griffe. E che si traduce, secondo i dati prodotti da Altagamma e Bain&Company per il 2012 Luxury goods worldwide market study, in 2,7 miliardi di euro di valore, per l’1,3% del totale mondiale, e per una prospettiva di crescita nel prossimo quinquennio compresa tra il 15 e il 25%. Senza dimenticare che con la coppa del mondo di calcio del 2014 e con le Olimpiadi di Rio del 2016, queste previsioni potrebbero anche essere riviste al rialzo. Scritto questo non si può non ricordare l’unico grande difetto, significativo per i brand del lusso mondiale, che è rappresentato dai dazi doganali. Che uniti alla complessa forma di burocrazia, obbligano i brasiliani a pagare i beni d’alta gamma molto di più di quanto non avvenga in occidente e costringono le griffe a correre, per ora, con il freno a mano tirato. (riproduzione riservata)