30 Novembre 2012

Stati Uniti, la vera Mecca dei luxury goods

di Fabio Gibellino

Stati Uniti, la vera Mecca dei luxury goods

La Cina è sulla bocca di tutti ma intanto l’America vale il 27,8% del mercato e fra il 2009 e il 2012 è passata da 41,8 a 59 miliardi di euro di prodotti di lusso acquistati

Va bene, la Cina è sulla bocca di tutti, è costantemente sotto i riflettori dei media e tra i sogni degli attori del mondo del lusso è quello più d’oro. C’è un però. La Cina sarà anche la grande manna dal cielo ma non è ancora (e ci vorrà ancora un bel po’ di tempo prima di esserlo e se mai lo sarà), il più grande e importante mercato del luxury goods. Prima di lei ci sono gli Stati Uniti che senza tanti clamori, esclusi i servizi di costume sul black friday, rimangono l’unica vera piazza in grado di determinare il successo, la sopravvivenza o la morte commerciale di un vero big player. Tanto per mettere le cose nero su bianco, e con l’aiuto dei dati prodotti da Altagamma e Bain&Company per il 2012 Luxury goods worldwide market study, si scopre che al di là dell’oceano Atlantico il mercato vale da solo il 27,8% dei 212 miliardi di euro che tutto il mondo porta nelle casse delle maison (inteso come beni di lusso personali). Il che, tradotto in numeri assoluti, significa una cifra che per il 2012 è stimata in 59 miliardi di euro. Ma non è solo questo; perché il dato veramente più interessante, soprattutto visti i tempi, è che quello americano è un mercato in forte crescita e che per l’anno che sta per concludersi porterà con sé una variazione sull’anno precedente in positivo del 13%, bissando così il +10% del 2011, per un totale di oltre 53 miliardi di euro, cioè il 27,6% del totale worldwide. E se questi numeri sono incredibili, ancora di più lo diventano se si analizza il valore di crescita del mercato a stelle e strisce partendo dall’anno horribilis 2009, quando il lusso, dalle parti di Washington, si era fermato a 41,8 miliardi di euro. Oggi, quattro anni più tardi, il volume stimato toccherà i 59 miliardi di euro, per un differenziale di ben 17,2 miliardi di euro, cioè molto più dei 15 miliardi del valore che la Cina registrerà al 31 dicembre di quest’anno. Il progresso è stato notevole, repentino e figlio dello spirito americano. Perché dopo le crisi di Wall Street il sistema, pragmaticamente, si è organizzato, sistemato e a ricominciato a camminare. Così nel 2010 il balzo in avanti vale già 6,3 miliardi, nel 2011 si aggiungono altri 4,5 miliardi e quest’anno, in previsione, ce ne saranno altri 6,2 di miliardi. D’altronde si sta parlando del paese in cui la sua città simbolo, New York, da sola varrà, a fine esercizio, circa 20 miliardi di euro, questo perché gli americani non sono tanto un popolo di spendaccioni, quanto gli Usa sono una nazione in cui ci si va anche per comprare. Infatti, se il mercato vale il 27,8% del totale mondiale il peso specifico degli americani sugli acquisti arriva solo al 20%, cioè 42,4 miliardi di euro, compresi quelli effettuati all’estero. I restanti 16,6 miliardi provengono dunque dai turisti internazionali che, oltre alla Grande Mela, guardano soprattutto alla Florida, alla California e alle Hawaii come mete dello shopping, da effettuare nei grandi department stores. In conclusione, nonostante l’Europa sia attanagliata da crisi e incertezze, negli Usa ci sono liste d’attesa per i capi più esclusivi, come nel caso dell’abito di paillette da 9 mila dollari firmato Chanel da Nordstrom, e i grandi magazzini esauriscono le scorte degli oggetti cult, come la Bianca di Christian Louboutin da Neiman Marcus. Questa è l’America. E anche di questo si parlerà al MFGS-Milano fashion global summit 2012; intitolato La conferma degli Usa, il ritorno del Giappone e la promessa del Brasile andrà in scena martedì 4 dicembre nella cornice di palazzo Vecchio a Firenze. (riproduzione riservata)