14 Aprile 2017

La primavera giapponese di Dolce & Gabbana

«È un tributo alla cultura nipponica e alla tradizione italiana». I due designer creano una serata-evento sfilando al Museo nazionale di Tokyo con le collezioni alta moda e alta sartoria create ad hoc per l’occasione. In un’atmosfera di sogno botanico tra i ciliegi in fiore e la voce potente di Pavarotti. E dopo lo show, una cena esclusiva ispirata all’opera

di Stefano Roncato (Tokyo)

La primavera giapponese di Dolce & Gabbana

Sakura. Il fiore di ciliegio. Che per pochi giorni l’anno sboccia diventando un manto magico nella futuristica Tokyo. Ricordando la forza della natura a contrasto con i grattacieli e i colori manga delle grafiche urbane, ribadendo la storia, quella tradizione giapponese che Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno celebrato con un tributo portando le collezioni d’alta moda e alta sartoria di Dolce & Gabbana nella città del Sol Levante. Con una sfilata di pezzi creati ad hoc per la loro trasferta giapponese, raccontati dalla serata-evento che si è svolta al Tokyo National museum. Con la facciata coperta dal quel rosa cherry blossom che diventa fil rouge. Alberi di ciliegio in fiore anche all’interno nel museo, fiori e ancora fiori per la cena esclusiva a seguire nella tensostruttura dalla facciata come un palco da teatro. «Volevamo fare un tributo a Dolce&Gabbana e al Giappone», hanno spiegato a MFF i due stilisti (vedere box a pagina II), che hanno scelto un cast d’eccezione, tutti modelli giapponesi, per una primavera dall’allegria e dal buon umore innati. Come quella che sta attraversando il marchio, in un momento di grande fermento creativo e di comunicazione. Felicemente senza sosta, dato che venerdì prossimo Dolce & Gabbana sarà protagonista a Pechino, con uno nuovo show all’hotel Peninsula, dove andrà in scena una collezione couture creata ancora per l’occasione. Ma questo deve ancora avvenire. Ora nelle orecchie si ha la musica con Luciano Pavarotti, che chiama a gran voce O’ Sole mio. La primavera soffia sugli abiti. Con fiori che diventano ricami, dipinti, decor del corpo stesso. Fiori veri con rami nei capelli, per acconciature dalla sapienza Ikebana. Riga grafica dell’eyeliner e un neo sulla pelle diafana, ovvero Sophia Loren che legge Memoria di una gheisha. Per abiti leggeri e aerei, con drappeggi e cristalli. Per completi con tessuti vintage ricamati. Per vesti di pizzo strette in vita da obi metallici strette come bustier. Per pellicce mescolate a pietre sbrilluccicanti. Come i guanti da uomo, gioielli maschili da indossare con abiti sartoriali. Dalle linee mai troppo asciutte, con dettagli di righe tailoring, con broches importanti, con fantasie botaniche e divagazioni sportive. Ma di lusso. Tennis con sneakers e porta-racchetta in cocco. O la stampa golf, per un passatempo dall’eleganza senza tempo. (riproduzione riservata) Stefano Roncato (Tokyo)

 

Domenico Dolce e Stefano Gabbana, cambierà tutto perché la moda è amore e non business

Siete venuti qui in Giappone per la prima volta 25 anni fa…

E poi non siamo tornati per molto. Non ce ne siamo resi neanche conto perché il tempo passa molto velocemente. Poi tre anni fa abbiamo deciso che era il momento. Il mercato giapponese è delicato e differente da quello europeo e volevamo farlo in un modo corretto. Perché non organizzare qualcosa di sofisticato, speciale? Perché non fare un tributo all’alta moda? Il periodo dell’anno è quello più propizio per i fiori. È il momento del rosa, della fioritura, del cherry blossom. E abbiamo realizzato una collezione con 50 uscite donna e 45 uomo per il mondo nipponico. Indossati tutti da un cast speciale, solo modelli giapponesi. Per noi il mercato giapponese dell’alta moda non è totalmente nuovo ma comunque nuovo. Abbiamo già alcuni clienti. Ed è interessante vestire il corpo giapponese che è diverso dal nostro, soprattutto per la donna.

È più difficile la sensualità?

No, è differente. Nuova. È un’altra cultura, un altro modo di pensare. Ma è anche super fashion e noi la amiamo. Abbiamo scelto colori pastello, tinte non aggressive. Abbiamo cercato di interpretare la cultura giapponese in una Dolce&Gabbana way. Volevamo fare un tributo a Dolce&Gabbana e al Giappone. È la prima volta che facciamo una cosa del genere. E probabilmente si tratta della prima volta che accade. Di solito quando arrivano dei brand stranieri ripetono lo show visto a Milano, Parigi o Londra. Non vanno dentro la cultura. E per la gente è molto sorprendente. Perché no? Inoltre noi siamo italiani e facciamo una moda italiana.

Come ricorda l’allestimento nella tenda della cena...

C’è un mix con dei pezzi reali che arrivano da La Scala di Milano. È tutto mezzo italiano e mezzo giapponese. Statue, pianoforte, le tovaglie come spartiti musicali. Abbiamo esportato la cultura italiana, per noi è nel Dna. I giapponesi sono grandi amanti dell’opera ed è quindi stato normale il raccontare qualcosa d’italiano durante la cena. Non è una questione di vestiti. È un’esperienza, pura Dolce & Gabbana.

Quanto tempo ci è voluto?

Sei mesi. Sono tre anni che volevamo venire qui ma ci sono sempre stati dei ritardi. Sei mesi fa abbiamo detto, ora vogliamo andare in Giappone, un paese che spaventa molti.

In che senso spaventa?

Perché non è facile da comprendere. Dalla lingua alla cultura. Molto tempo fa le donne erano più chiuse. Oggi sono più allegre, ridono, si divertono. Siamo arrivati con rispetto, per comprendere la cultura e capire il perché di molte cose. Non è psicologia ma ci si avvicina. Perché la donna giapponese ama ricordare l’infanzia e perché ama il rosa? Perché è unico momento in cui la donna nella società è libera. Sono cose che impari quando inizi a stare qui. È una società molto shy e powerful. Noi siamo arrivati da ospiti e vogliamo capire. Per esempio, abbiamo fatto uscire solo l’uomo e solo la donna, per rispettare la tradizione. Poi la sorpresa, per la prima volta un’uscita matrimonio, uomo e donna.

Come avete lavorato?

Con la fantasia, con i sogni. Ovviamente facciamo ricerca, ci sono i libri. Ma poi chiudiamo tutto. Se tieni i libri davanti, rischi di copiare. Quindi è molto meglio usare i ricordi.

Cosa pensate della moda giapponese?

Li indossavamo anche. Prima che ci fosse l’uomo di Dolce & Gabbana, quando eravamo ragazzini, ci vestivamo Comme des garçons e Yohji Yamamoto. Ogni stagione compravamo. Una giacca, una camicia. Come una a pois che per non rovinarla era stata mandata in lavanderia. Tornando però bianca. Da piangere. O la prima volta che siamo venuti qui in Giappone e abbiamo comprato diverse camicie da Comme, ma senza provarle. Poi abbiamo scoperto che erano troppo piccole. Anche qui capisci, è esperienza. Se non fai, non conosci. Siamo nati in quel periodo di un fashion system con il boom degli stilisti giapponesi e siamo come dei figli di quella che era l’ultima grande rivoluzione. Ma oggi il nostro interesse verso la moda giapponese è cambiato. Abbiamo preso in altra strada ...

Qual è il senso dell’alta moda oggi per voi?

Unicità. Essere solo per te. Il senso è quello originale. È nata in Francia, non in Italia. La nostra è diversa ma dal passato abbiamo preso questi valori. Unicità, tradizione, artigianato. Crediamo in questo progetto, cresciamo stagione dopo stagione, perché proviamo a fare cose diverse. Non è uno show ma un’esperienza. Non vendiamo vestiti ma condividiamo il Dna Dolce& Gabbana.

Cosa comporta questa visione? Cosa pensate della moda?

La moda non è business, è amore. Questo è quello che le persone non capiscono. Si fa moda perché c’è amore, è una parte della nostra vita. Quando abbiamo iniziato nel 1984, non era per essere famosi o per fare soldi. Era per il divertimento di fare questo mestiere. Certo non avevamo le stesse disponibilità di oggi, ma eravamo innamorati e felici. E siamo ancora felici perché continuiamo ad amare quello che facciamo. Ovvio che conosciamo il business, ma non è il primo punto della lista.

A circa cinque anni dalla nascita della vostra alta moda, portandola in Italia e all’estero soprattutto con un’attenzione all’ascolto dei clienti, cosa avete imparato?

Imparare ad ascoltare è difficile per uno stilista. Ma bisogna farlo. Il mondo è cambiato, il cliente sa cosa ama, ha cultura. Non compra per il logo. Non siamo cambiati. Cerchiamo di trasformare, di dolcegabbanizzare quello che gli altri ci insegnano. Abbiamo più informazioni ma, a livello di stile, penso siamo sempre gli stessi. Abbiamo imparato a tradurre, ad ascoltare. Questo è proprio successo in questi giorni. A volte ti fai trasportare da quello che ti dicono gli altri. I manager, i ceo, i presidenti delle singole nazioni ti suggeriscono cosa fare e cosa no, anche in buona fede. Invece devi ascoltare il tuo cuore. Devi entrare in sintonia con la gente. E questo abbiamo imparato, il contatto con le persone cui vogliamo parlare. L’alta moda è diventata un dare-avere di emozioni.

Una seconda giovinezza?

Anche la terza o la quarta (scherzano, ndr). Stiamo lavorando, come all’inizio del prêt-à-porter, con gioia, entusiasmo. Non sapevi cosa sarebbe accaduto domani. Ma l’amore che ci mettevi era enorme. Non c’era il giorno, neanche ti chiedevi se lavorare il sabato o la domenica.

Cosa è successo in seguito?

Dopo i giapponesi, c’è stato il minimalismo che ha distrutto la creatività. Poi con il Duemila c’è stato un boom ed è stato come ripartire di slancio. Dopo è arrivata la Borsa, quindi le aziende a comprare i marchi. È diventato marketing. Non fai una cosa perché ti piace ma per vendere. La moda ha perso l’essenza. Questa cosa può durare un anno, due anche dieci. L’illusione del global, tutto per tutti, non è democrazia . È dittatura perché metti tutti uguali. La democrazia è la libertà di scelta. Io voglio scegliere cosa mi piace, quando me lo metto, come me lo metto, che portafoglio ho. Questa illusione dopo il 2004 è stata dittatura. Oggi ci stiamo risvegliando da una globalizzazione che ha appiattito la creatività.

Che cosa accadrà ora?

Cambierà tutto, ci sarà un colpo di scena. Tutti questi abiti che vediamo in giro, a cosa servono? La Borsa non c’entra con la moda. Oggi per andare avanti bisogna essere onesti e fare quello che davvero si vuole fare. La moda è solo moda e amore. Non soldi, soldi, soldi.