16 Maggio 2017

Le samurai di Vuitton

«Questa collezione è un tributo a ciò che il Giappone mi ha regalato negli anni», ha detto a MFF Nicolas Ghesquière che nella cornice avveniristica del Miho museum di Kyoto ha portato in scena la cruise 2018 della maison di Lvmh. Tra citazioni al teatro kabuki, elementi manga, estetica shogun o ricordi dai film di Kurosawa e Kitano. Fino alla liaison con Kansai Yamamoto

Le samurai di Vuitton

I samurai e le eroine manga. Che attraversano un ponte concettuale tra Occidente e Oriente, tra Parigi e Kyoto. Come quello che I.M. Pei ha scelto per creare lo spazio avveniristico del Miho museum, teatro spettacolare della cruise 2018 firmata Louis Vuitton e immaginata da Nicolas Ghesquière. Quel ponte che nella visione dell’architetto, autore della piramide modernista del Louvre, univa terra e cielo alla scoperta del paradisiaco Shangri-La. Quel ponte che Ghesquière, in tandem con la set designer Es Devlin, ha rivestito di moquette immacolata prima di trasformarlo nel catwalk kilometrico su cui si muovono le muse di stagione. Un po’ guerriere, un po’ cartoon girl. Figlie di quel Giappone a cui la maison di Lvmh è legata a doppio filo (il monogram iconico della griffe nasce da un collage di simboli nipponici e negli anni il marchio, che ha aperto il primo store in loco nel 1978 e che oggi vanta circa 50 monomarca sul territorio, ha collaborato con artisti come Takashi Murakami, Yaoi Kusama o Rei Kawakubo di Comme des garçons). Ma soprattutto figlie di quel Giappone che Ghesquière ama profondamente. «Questo è un Paese che conosco molto bene e che amo... È stato uno dei posti che ho visitato per primo quando ero alla ricerca di ispirazione per la mia carriera e da allora sono stato un assiduo visitatore. La collezione è un tributo a ciò che il Giappone mi ha regalato negli anni», ha spiegato a MFF lo stilista (vedere box in pagina). Che per immaginare il new look di stagione, svelato in una agorà futuribile circondata di paraventi spaziali con alberi di ciliegio sullo sfondo, è partito da un film. «Molti anni fa ho visto Stray cat rock che parlava di un gruppo di donne biker nei 70s e quando sono venuto a Tokyo per la prima volta ho visto come fossero parte della realtà normale», ha poi detto Nicolas Ghesquière. «Mi ricordo quanto mi avesse colpito il loro carattere forte e determinato... E in questo show ho voluto celebrare proprio quella attitude». Ma nel défilé, svelato sotto gli occhi di Michelle Williams, Jennifer Connelly o Isabelle Huppert, c’è in realtà un tributo alla cultura nipponica. Tra make-up ispirato al teatro kabuki e fantasie tessili figlie della cultura manga, rimandi alle armature shogun e citazioni colte ad Akira Kurosawa e Takeshi Kitano, architetture sontuose del teatro Noh e motivi pittorici che citano l’arte di Katsushika Hokusai. Senza dimenticare la collaborazione eccellente, per i cappellini-elmetto creati a quattro mani con Kristopher Haigh di 1K. O il matrimonio estetico con Kansai Yamamoto, partito come un divertissement e diventato una capsule nella collezione, curata a quattro mani da Ghesquière con il creativo nipponico, autore dei look di David Bowie. Ciliegina sulla torta, ad aprire e chiudere lo show icone che incarnano perfettamente il pensiero estetico del designer, rigorosamente figlie della cultura giapponese: le attrici Rila Fukushima e Doona Bar. In mezzo un vocabolario di 55 look con cui tracciare il nuovo di Louis Vuitton che profuma di quei 70s a cui lo stilista è profondamente legato. Tra patch di pelle, leather coat pennellati e animalier scomposti e riassemblati su silhouette striminzite. E poi knitwear dalle geometrie ipnotiche, pant dalla gamba svettante, giacchine corte dalle borchiature sontuose e print dai linee nette. Il Giappone più puro trionfa nelle macro stampe di Yamamoto, pronte a dare il via a una sinfonia di camou pop, di tavole manga mutate in imprimé, di casacche da guerriera, di tailleur che mimano in keikogi e di lunghe vesti dai fregi aurei, surreale rilettura dei kimono cerimoniali. Fino al punk-jap dell’ultimo look: un armatura melancolica di intrecciature black, bordata di pelle e macro boule metalliche. Raccolti gli applausi, i circa 400 ospiti hanno lasciato lo scenario futuribile del Miho museum per approdare nel cuore di Kyoto dove la maison ha messo in scena una grande cena per celebrare il lavoro di Ghesquière chiudendo un’intera strada e privatizzando 15 ristoranti di cucina tipicamente giapponese, con tanto di gheishe a fare gli onori di casa. Ma nello stesso momento, la mente e lo sguardo di Ghesquière e di Delphine Arnault erano rivolti in Francia dove il neopresidente Emmanuel Macron stava prestando giuramento. Accanto a lui la moglie Brigitte in un tailleur azzurro lavanda, disegnato espressamente da Ghesquière per lei. «È la prima volta che Louis Vuitton veste una first lady e ne siamo davvero onorati... Sono diversi anni che Nicolas collabora con Brigitte Macron e questo è davvero un momento speciale», ha poi aggiunto il numero uno Michael Burke. A suggellare ancora una volta quel ponte di Giappone e Francia, in una giornata che ha visto la maison ammiraglia di Lvmh trionfare su tutti e due i fronti. (riproduzione riservata)