17 Giugno 2017

Il formale made in Italy si sfida con il casualwear internazionale

«Il challenge per le aziende specializzate nel formalwear è offrire prodotti easy che abbiano un posizionamento alto per stile e prezzo. E non è facile, perché nell’universo più legato al tempo libero il numero dei competitor si allarga, anche nell’alto di gamma», ha detto Armando Branchini, vicepresidente di Altagamma. Analizzando un comparto che nel 2016 ha prodotto un giro d’affari da oltre 9 miliardi di euro (+1,2%).

di Fabio Gibellino

Il formale made in Italy si sfida con il casualwear internazionale

La settimana della moda di Milano apre i battenti del suo calendario dedicato al menswear nell’attesa di capire cosa riserverà il futuro prossimo a un comparto che, per quanto riguarda il made in Italy, nel 2016 ha prodotto un giro d’affari da oltre 9 miliardi di euro (+1,2%), 5,8 miliardi dei quali (+2,4%) realizzati in esportazione, per un saldo commerciale da poco meno di 1,8 miliardi di euro. MFF ne ha parlato con Armando Branchini, vicepresidente di Altagamma.

Qual è lo stato della moda uomo oggi?

Negli ultimi 15 anni i consumi di abbigliamento maschile hanno avuto caratteristiche di stabilità e crescita costante, molto più che nella donna, e questo è un dato importante. In questi ultimi due o tre anni però si stanno verificando fenomeni che portano il settore a essere più fragile perché la gente vive sempre in modo più informale, il cui riflesso si riverbera inevitabilmente sul modo di vestire.

Penalizzando soprattutto per le aziende italiane...

Certo, perché la sfida per le aziende specializzate nel formale è offrire prodotti casual che abbiano comunque un posizionamento alto per stile, materiali e prezzo. E non è una cosa da poco, perché nel formale la competizione tra chi è in grado di proporre alta qualità sartoriale è relativamente ristretta, ma più si vira verso il casual più il numero dei competitor si allarga, anche nell’alto di gamma.

C’è anche la percezione dei clienti...

Assolutamente, perché mentre le caratteristiche qualitative creano barriere forti verso un prodotto non sartoriale, nel casual, dove invece le barriere non sono così forti, si crea più una competizione di prezzo che di qualità.

Qual è il rapporto del menswear nei confronti del womenswear?

Nell’alto di gamma qualche anno fa ci fu un sorpasso di misura, ora c’è di nuovo un vantaggio femminile, e questo non riguarda soltanto l’abbigliamento, ma anche gli accessori.

E qual è la situazione degli accessori?

Le scarpe continuano a funzionare bene, ma c’è una parte di pelletteria che soffre. La cartella di lavoro ad esempio oggi è sostituita dai più comodi ed economici zaini.

E in termini di mercato, il menswear made in Italy dove deve volgere lo sguardo?

La Cina va bene, il Giappone sta andando benino, c’è una ripresa dei consumi anche in Europa (Ue) e gli Usa sì, sono cresciuti rispetto ai primi 5 mesi dell’anno scorso, ma forse un po’ meno di quanto avremmo avuto bisogno. Detto questo, in questo primo semestre si sta vedendo una ripresa dei consumi e presumibilmente anche l’uomo crescerà del 3-3,5%.

See now-buy now e sfilate co-ed hanno influenzato il settore?

Non credo che ci siano mai soluzioni drastiche, il see now-buy now sembrava fosse taumaturgico invece anche i più forti sostenitori hanno fatto marcia indietro.

Sembrava più un’operazione di marketing...

Penso che probabilmente il see now-buy now fatto in un momento di solida crescita poteva avere un impatto positivo. Invece la carta è stata giocata da pochi e nel peggior momento possibile. Non è detto che tra 10 o 15 anni sia impossibile ripensarci.

Ma tutto il processo produttivo?

Il discorso è che se io presento le sfilate tecniche ai compratori sei mesi prima dello show pubblico posso risolvere il problema. Perché il settore della moda è l’unico che crea il bisogno senza soddisfarlo subito.

E le sfilate co-ed?

Se un’azienda con un’identità di stile forte e con un direttore artistico dalle capacità innovative riesce a esprimere tutto assieme penso che con le sfilate comuni non fa altro che potenziarne il messaggio. (riproduzione riservata)