4 Luglio 2017

Omaggio a monsieur Dior

Maria Grazia Chiuri porta in passerella un: «Lavoro sul fondatore della maison e sull’archivio dei suoi primi dieci anni di stile». Mentre al Musée des arts décoratifs si apre la mostra «Christian Dior, couturier du rêve» dedicata ai 70 anni della griffe

di Giampietro Baudo (Parigi)

Omaggio a monsieur Dior

Un omaggio allo spirito di monsieur Christian Dior a 70 anni dalla fondazione della sua maison, oggi al centro di una colossale operazione finanziaria ad opera di Bernard Arnault e della sua Lvmh (vedere MFF del 26 aprile). In una Parigi baciata da un caldo sole estivo la maison Dior celebra i suoi 70 anni in una giornata da ricordare. Nel pomeriggio lo show couture affidato alla matita di Maria Grazia Churi. La sera il vernissage al Musée des arts décoratifs di Parigi della mostra «Christian Dior, couturier du rêve», percorso immaginifico tra le pieghe del maestro del New look e di tutti i deisgner che dopo di lui hanno scritto la storia della fashion house, da Yves Saint-Laurent a Marc Bohan passando per Gianfranco Ferré, John Galliano e Raf Simons oltre alla stessa Chiuri (vedere MFF del 30 giugno). Il primo omaggio arriva dal catwalk, o meglio dalle 66 uscite che animano un paradiso terrestre a cielo aperto. Con la cupola dell’Hotel national des Invalides a fare da sfondo. Con gli animali tridimensionali di Pietro Ruffo che spuntano tra le buganvillae, le palme e i grandi baobab. Sotto i frammenti di una volta affrescata di segni zodiacali e animali mitici. «Questa stagione ho fatto un lavoro opposto rispetto a quello della prima collezione... È un lavoro sul fondatore della maison, sulla figura di monsieur Christian Dior e sull’archivio dei suoi primi dieci anni di stile», ha spiegato a MFF Maria Grazia Chiuri nel backstage. «Ho sempre sostenuto che mi sento il curatore di una storia incredibile... E questa stagione, complice anche la mostra, ho cercato di addentrarmi negli archivi per conoscere la figura di monsieur e del suo lavoro». Nel moodboard di stagione una mappa a opera dell’incisore Albert Decaris e contenuta in un libro del 1953 in cui veniva raccontata la filosofia della maison, la presenza worldwide e lo spirito del couturier che era solito ripetere: «Una collezione completa deve rivolgersi a tutti i tipo di donne di tutti i paesi». A fare da contraltare un altro frammento di passato, l’Atlante delle emozioni. «Il mio percorso nell’archivio è stato un viaggio di emozioni... Ho approcciato questo bagaglio incredibile lasciandomi guidare dal nome di un abito, da una shape, da una foto. Senza troppe ragionamenti, senza una vera logica ma con tanta empatia». Così ognuno dei 66 abiti conserva al suo interno un frammento dell’universo di Dior. In un tessuto, in una piega, in una silhouette o in un ricamo. Ogni outfit è un ping pong estetico tra passato e presente. Con una costante: una certa severità d’insieme scandita dal grigio in tutte le sue sfumature perché, come scrisse monsieur Dior nel Little dictionary of fashion è: «The most convenient, useful and elegant neutral color». La scansione d’insieme predica una certa austerità e ha un retrogusto mannish, di androginia à la Dior. «Dior era un uomo che rifletteva tanto sulle donne e sulle loro caratteristiche... Era un uomo che amava circondarsi di donne», ha aggiunto, «ha lavorato sempre molto sul daywear partendo da un background maschile di giacche tailoring, come quelle che portava lui, di chemisier, di architetture precise. D’altronde il suo modo di vestire le donne in parte nasceva proprio da come lui stesso si vestiva». Così il portrait d’insieme racconta una parata di donne viaggiatrici, emancipate. Silhouette figlie di un certo vocabolario classico della couture, tradizionale. «Il segreto è nel capire come leggere degli elementi senza renderli costume», ha aggiunto Chiuri prima di mandare in pedana una parata di coat tagliati a ruota, di chemisier e abiti stretti in vita da sottili cinture di coccodrillo, di gonne dalle pieghe scolpite nella grisaglia, di tuniche di velluto austero. In testa un feltro maschile creato a quattro mani con Stephen Jones. Ai piedi stringate mannish. In un pentagramma che oscilla tra maschile e femmile anche nella sera. Scandita dalle lavorazioni geometriche, dal colore coperto da una nebbia di tulle, dai trionfi di fiorati tridimensionali e dalla leggerezza di certi ricami sognanti. Intervallati da un delicato profumo di esotismo. Accennato da Iran, Soirée cubane o Martinica. A raccontare culture, tradizioni e colori con cui monsieur Dior si è confrontato durante la sua storia estetica.

Giudizio. Prima di qualsiasi cosa, Maria Grazia Chiuri sembra aver fatto sua una frase che monsieur Dior amava ripetere: «La moda si deve adattare alle donne e non le donne alla moda». Perché la designer romana riesce a creare una collezione couture che non perde in poesia ma che guadagna in modernità grazie a un portrait elegantemente urbano. Fedele alla storia della griffe. In quella che appare come la più Christian Dior tra le sue collezioni per la fashion house di Lvmh. «La storia non mi pesa sono nata a Roma e sono abituata a coabitare con la storia», ha aggiunto la stilista. Che fai suoi i codici del New look dandogli un volto nuovo, fedele alla griffe ma figlio anche di quella leggerezza severa che accompagna Chiuri dall’inizio della sua carriera. D’altronde, come lei stessa ama ricordare: «Non posso scindermi... Ci sono cose che mi accompagnano in qualsiasi cosa faccio». Ma forse il bello, e la sua forza, è proprio quello. (riproduzione riservata)