6 Luglio 2017

Il rito sperimentale di Valentino

Sacralità. Arte à la Francisco de Zurbarán Cerimonie di vestizione e una rivoluzione delle regole canoniche dell’alta moda nella collezione di Pierpaolo Piccioli. «Ho cercato di rompere i codici della couture... Esplorando un concetto nuovo che passa anche attraverso volumi sbagliati e colori dissonanti»

di Giampietro Baudo (Parigi)

Il rito sperimentale di Valentino

«In un momento di grande razionalizzazione tecnologica ho avuto voglia di spiritualità, di sacro... Il sacro concretizzato nel rito e nella ritualità un po’ come accade nell’alta moda. Ecco forse questo è stato il punto di partenza». Pierpaolo Piccioli traccia il profilo della haute couture di Valentino partendo da qui. Scegliendo un racconto di alta moda sperimentale. Che parte dall’antico per parlare la lingua della modernità. Che inizia da un caos apparente per approdare a uno chic nuovo, sottile. Fatto di un daywear sussurrato e di un eveningwear che oscilla tra intimismo monacale e opulenza maestosa. «La vestizione è uno dei rituali più importanti nel mondo sacro e oggi vestirsi, soprattutto con un capo couture, parte da una scelta intima di come autorappresentarsi», ha poi aggiunto il designer a MFF. «L’alta moda è tutto quello che non si vede. La couture è un po’ a-contemporanea perché in un’epoca in cui tutto deve essere visibile l’alta moda è ricca soprattutto al suo interno. Perché il privilegio dell’alta moda è nel segreto che nasconde ogni sua costruzione». E il gioco di stagione è l’inizio di una vera rivoluzione che profuma di avanguardia, soprattutto quando si parla di rigide regole di atelier. «Ho cercato di rompere codici di alta moda, togliendo quell’idea che tutto debba essere unito, in pendant... cercando di esplorare un concetto nuovo che passa anche attraverso volumi sbagliati e colori dissonanti. Ma nell’insieme con un loro fascino», ha aggiunto Pierpaolo Piccioli svelando un pentagramma dove tutto appare non corretto, sbagliato. In un caos che serve a creare un ordine nuovo. E in sottofondo aleggia una presenza artsy, quella di Francisco de Zurbarán che nei suoi ritratti di martiri e santi cercava di raffigurarli cancellando ogni aspetto umano per elevarli a una dimensione di unicità. A quei colori, a quei tessuti, a quei preziosismi guarda Piccioli nel creare il nuovo del prossimo inverno. Accompagnato da sette minaudière speciali create da Harumi Klossowska, raffigurazioni animalesche dei sette peccati capitali. In un gioco tra sacro e profano, come quello che accompagna tutto lo show, scandito da ragazze dal volto etereo con i lobi decorati da lacrime di agata rosso sangue. Davanti a cascate di cera colata, su un pavimento viola cardinalizio, sfila un daywear purista, scevro da ogni decoro. Dove l’unica frivolezza è una sovrapposizione cromatica di pezzi semplici in colori estremi. Per un assemblaggio, studiato, di pant ampi, camicie over, gilet ingigantiti, scapolari micro, maxi trench. Tutto in materiali lussuosamente raffinati. La stessa solennità minimalista invade una parte dell’eveningwear. Nero e monacale nelle tuniche di velluto, nei mantelli drammatici o nelle vesti francescane di seta cruda. Tra broccati-non broccati, nati assemblando composizioni di fregi, e composizioni estreme di broderie e materie lussuosamente indulgenti, la sera diventa, poco poco, più lieve. Costruita da architetture di budellini di chiffon svuotati. Animata da arabeschi sontuosi. Gonfiata di volumi aerei e sontuosi. Avvolta in turbinii di volant di chiffon. O illuminata da una colata di frange vetrificate.

Giudizio. «Chi fa moda deve influenzare il mercato e il gusto, altrimenti fare quello che vuole il mercato è marketing... Il compito della moda è far sognare e creare un desiderio che fino a quel momento non si pensava di avere. È alimentare il sogno». Il pensiero di Pierpaolo Piccioli è preciso e racconta il percorso compiuto dal designer nell’assemblare questa collezione couture per Valentino. Che rompe gli schemi tradizionali e inizia un nuovo capitolo nella storia della maison. Una piccola rivoluzione dell’atelier che piace soprattutto nelle costruzioni più semplici e meno opulente. Con una lode per gli abiti delicati composti dall’unione di pizzi differenti e decorati da incursioni casualmente volute di piume, di pelliccia e di pavé perlinati. Capaci di scrivere, davvero, il domani dell’alta moda. (riproduzione riservata)