6 Ottobre 2017

L’e-commerce vola anche nell’orologeria

L’e-commerce vola anche nell’orologeria

Continua a crescere il peso del canale internet che, tra siti ufficiali, e-commerce e aste, muove ormai, in volumi, il 25,6% del mercato italiano contro il 16,3% del 2015. E la quota è destinata a salire sempre di più conquistando il pubblico dei millennials. Pagine a cura di Paco Guarnaccia

Secondo i dati che Gfk, una tra le aziende leader nel settore delle ricerche di mercato, ha elaborato per Assorologi sul mercato italiano degli orologi da polso del 2016, la totalità del canale internet, tra siti ufficiali, e-commerce e aste, è in continua crescita, tanto che muove ormai in volumi il 25,6% del mercato (contro i 16,3% del 2015) e il 14,6% (11% nel 2015) per valore. Inoltre, la ricerca ha segnalato che la percentuale di orologerie e gioiellerie fisiche che utilizza il web direttamente o tramite piattaforma è il 15% e che questa tipologia di vendita online è valso a questi dettaglianti un fatturato pari al 12%. Per quanto riguarda i consumatori che hanno scelto direttamente il web per acquistare segnatempo, il numero di quelli che si sono rivolti ai siti internet dei brand valgono il 3% per valore e il 4,2% per quantità. Nei negozi online, invece, che tuttavia non comprendono le aste, le loro cifre segnano il 10,1% per valore e il 17,9% per quantità.Tutti numeri in salita rispetto al 2015. Bisogna, però, considerare che questi dati valgono per tutti gli orologi da polso e che, sommandosi a quelli riguardanti i negozi fisici, mostrano che il prezzo medio di quelli venduti in Italia nel 2016 è di 223 euro, cifre comunque lontane da quelle dei prodotti dei brand che competono nel settore dell’alta orologeria. Altra fonte autorevole a riguardo è il Deloitte Swiss watch industry study di Deloitte che annualmente coinvolge i dirigenti del settore orologiero. In attesa dei dati del 2017 che verranno rilasciati a breve, già nello studio del 2016 appariva chiara, seppure ancora marginale, la sensazione tra i professionisti intervistati che la situazione era in cambiamento: per la prima volta dal 2012 le vendite online erano considerate come il più importante canale di vendita, opinione espressa dal 50% degli intervistati contro il 19% del 2015. Inoltre il 25% considerava che una propria boutique online avrebbe potuto diventare per loro il più importante canale di vendita. E questo anche perché, sempre secondo questo rapporto, per gli under 30 lo shop online degli orologi rappresenta il canale privilegiato, più o meno quello che accade anche per la categoria tra i 30 e 49 anni. Questa modalità non sembra attecchire, invece, sulla clientela tra i 50 e i 79 anni, che resta fedele all’offline. «Il fatto che il volume delle vendite online stia crescendo più velocemente rispetto a quello delle vendite totali era già emerso anche nell’ultima ricerca Deloitte The Global Powers of Retailing 2017. I dati recenti sull’industria dell’orologeria ci confermano che molti top brand del settore hanno compreso l’importanza di adottare una strategia digitale», ha spiegato, in attesa del nuovo rapporto, Patrizia Arienti, partner Deloitte Emea fashion & luxury leader. «Gli executive del settore orologiero dichiarano che tra le priorità strategiche di business dei loro gruppi, lo sviluppo dell’e-commerce, e in generale dei canali digitali, è secondo solo all’introduzione di nuovi prodotti, seguito invece dalla riduzione dei costi di produzione, dall’entrata in nuovi mercati e da un forte investimento in ricerca e sviluppo. Alcuni importanti brand hanno dato il via a questo nuovo modello di business, adottando strategie di e-commerce come l’introduzione di prodotti acquistabili esclusivamente online o prendendo in considerazione importanti partnership con i grandi e-tailer che operano nel settore del lusso, come ad esempio Mr. Porter e Net-à-Porter. Il fenomeno digitale, tuttavia, non riguarda esclusivamente l’acquisto, che per gli orologi continua ad avvenire per la maggior parte offline, ma tutto il processo, dall’informazione sul prezzo e disponibilità di un prodotto». L’e-commerce è una delle strade scelte anche dal Morellato group, come racconta il presidente del gruppo Massimo Carraro. «Abbiamo un sito dedicato per ogni brand di proprietà (Morellato, Sector No Limits, Philip Watch e Lucien Rochat), assieme al sito Bluspirit multibrand che a breve avrà un restyling», ha spiegato. «Sono luoghi di vendita, ma anche di informazione sulla marca, sul prodotto sui servizi che forniamo. Dal pick & pay alla personalizzazione dell’orologio o del gioiello, alla sostituzione o messa in misura del cinturino fino al cambio della batteria, cerchiamo di offrire gli stessi servizi sia al consumatore online sia a quello tradizionale. Ad oggi l’e-commerce incide per il 4-5% sul totale delle vendite, ma per il 2018 prevediamo una crescita significativa. I negozi fisici saranno sempre centrali ma anche complementari a quelli virtuali». Interrogarsi sui negozi fisici, in questi momenti è d’obbligo. «Ci aspettavamo l’ulteriore crescita del canale web che, visti i dati di Gfk, sta assumendo un rilievo davvero significativo. Credo che questo debba essere considerato per quello che è: un canale distributivo e non un concorrente. Il cliente di orologi», ha poi detto Mario Peserico, presidente di Assorologi e di Indicam nonché ad di Eberhard Italia, «non può comunque fare a meno di provarli al polso. Ogni azienda si comporta come crede, noi di Eberhard privilegiamo i nostri concessionari, anche per tutelare una competenza storica in questo settore. Certo che se un concessionario ufficiale è strutturato per vendere online è evidente che possa farlo con il proprio stock, con tutte le stesse garanzie che un rivenditore autorizzato offre al consumatore finale nel negozio fisico. Perché uno dei problemi più grandi del settore, la contraffazione, ha sul web numeri in continuo aumento». Per questo motivo Assorologi e Indicam insieme a Netcom hanno recentemente introdotto il protocollo Carta Italia che: «Prevede che la piattaforma o un sito che lo voglia, debba rispondere a circa 90 requisiti che poi certifichino che venda prodotti originali. Alcuni hanno aderito e altri no: questo, ovviamente, non significa che chi non ha aderito venda poi prodotti falsi. I metodi e i controlli ci sono. Basta investire in questo senso», ha concluso Peserico. (riproduzione riservata)