31 Ottobre 2017

L’arte di Fendi

«Fendi non vuole essere un marchio di moda. Fendi è un marchio del lusso, che ha come vocazione quella di relazionarsi con il bello in tutte le sue sfaccettature». Pietro Beccari, ceo di Fendi, usa queste parole per spiegare il forte legame instaurato tra la maison di Lvmh e il mondo dell’arte.

di Chiara Bottoni (Roma)

L’arte di Fendi

«Fendi non vuole essere un marchio di moda. Fendi è un marchio del lusso, che ha come vocazione quella di relazionarsi con il bello in tutte le sue sfaccettature». Pietro Beccari, ceo di Fendi, usa queste parole per spiegare il forte legame instaurato tra la maison di Lvmh e il mondo dell’arte. Legame che ha trovato un’ulteriore conferma nell’inaugurazione, ieri sera alla Galleria Borghese di Roma, della mostra «Bernini», dedicata al lavoro di Gian Lorenzo Bernini. L’exhibition, visitabile da domani al 4 febbraio 2018, è il primo frutto della partnership triennale siglata con il museo capitolino. Un accordo speciale, per il quale Fendi ha stanziato 1,2 milioni di euro, confermando la vocazione al mecenatismo, emersa già in più occasioni: dal restauro della Fontana di Trevi, al progetto delle Quattro fontane, passando per il sostegno alla Biennale di arte contemporanea di Venezia. A suggellare un legame tra arte e moda, che esprime l’essenza stessa del marchio, come ha spiegato in questa intervista a MFF Pietro Beccari.

Questa operazione conferma il costante impegno di Fendi a favore dell’arte. Da dove arriva l’input?

Fendi vuole relazionarsi con ciò che è bello. Non è solo un marchio di moda, è un marchio del lusso che vuole farsi espressione di un lifestyle a 360 gradi. Basti pensare alla nostra scelta di arricchire l’esperienza della clientela dei negozi fisici attraverso l’esposizione di opere d’arte, come le creazioni di Agostino Bonalumi o Enrico Castellani, o il supporto al restauro della Fontana di Trevi, il nostro sostegno alla Biennale di arte contemporanea di Venezia o il lavoro fatto su Palazzo della civiltà italiana, il nostro headquarter. Fa parte di un messaggio globale. Sono convinto che oggi non ci si avvicini a un marchio solo per comprarne un prodotto ma per entrare in contatto con il suo gusto estetico.

Quanto conta la spinta della famiglia Arnault in questa direzione?

Bernard Arnault ha sempre manifestato il desiderio di porre i riflettori sul bello in generale e lo ha dimostrato in tanti modi. Diciamo che il gruppo ci dà il buon esempio ma ogni marchio è libero di agire in autonomia, secondo quello che è più nelle sue corde.

Voi lo state facendo con Roma...

L’esperienza di Galleria Borghese arriva poco dopo la mostra «Matrice» di Giuseppe Penone a Palazzo della civiltà italiana e l’installazione in largo Goldoni della sua opera «Foglie di pietra». Il museo di Villa Borghese è uno dei più belli al mondo, proprio per la sua storia e per la sua dimensione umana. Per questo, abbiamo pensato di supportarlo attivamente, collaborando con Anna Coliva, direttore della Galleria. Oltre al sostegno delle mostre in loco, abbiamo finanziato un ambizioso progetto che prevede la costituzione del centro di ricerca Caravaggio research institute, divulgato attraverso un programma espositivo internazionale che approderà al Getty museum di Los Angeles il 19 novembre per poi toccare l’Estremo Oriente. L’idea è quella di attirare in questo centro talenti da tutto il mondo.

Crede che arte e moda possano arricchirsi reciprocamente?

Entrambe hanno caratteristiche comuni. In particolare, sia l’arte contemporanea che la moda esprimono visioni sul mondo attuale da parte di persone creative. Visioni che hanno, in entrambi i casi, il potere di influenzare il gusto di tutta la comunità. Sono due vere e proprie potenze culturali.

Avete mai pensato di fare delle capsule d’artista?

Ci sono state delle piccoli collaborazioni, come quella con l’illustratore John Booth in occasione della sfilata uomo p/e 2017 o con Sue Tilley per la p/e 2018, sempre per il menswear. Credo che ci sia spazio solo per collaborazioni spontanee. L’autenticità deve essere alla base del tutto.

Fendi è anche legato alla settima arte. Mi riferisco alla mostra appena inaugurata sul cinema, «Fendi Studios»...

Esattamente, anche in questo caso la relazione tra Fendi e il mondo del cinema è nata e proseguita in maniera molto spontanea. Questo ci piace davvero.

Prossimi progetti?

Ce ne sono davvero tanti, ne portiamo avanti due all’anno. La prossima settimana, ad esempio, inaugureremo l’aula tecnologica donata all’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, organo del ministero dei Beni e delle attività culturali. Inoltre, ci auguriamo che presto partano i lavori su altre fontane romane, la Fontana del Gianicolo, del Mosè del ninfeo del Pincio e del Peschiera per le quali abbiamo stanziato circa 600/700 mila euro.

Il 2016 è stato un anno di crescita a doppia cifra per Fendi. Come si sta chiudendo questo 2017?

Il 2016 è stato un anno cruciale, segnato dal superamento del miliardo. Il 2017 si chiuderà molto bene sulla stessa falsariga del 2016 (secondo gli analisti il fatturato dovrebbe crescere ancora a doppia cifra, ndr). In particolare, vanno segnalate le performance di calzature e ready to wear donna e dell’uomo in generale. (riproduzione riservata)