14 Dicembre 2017

Tamburi investment partners punta sul lusso

La banca d’affari guidata da Giovanni Tamburi, con un fatturato aggregato di 18 miliardi, ha già scommesso su Moncler, Furla, Hugo Boss e Roche bobois ma guarda avanti. «Ci saranno altre operazioni. Il settore cambierà faccia e vogliamo esserci», ha spiegato a MFF il ceo.

di Andrea Montanari

Tamburi investment partners punta sul lusso

Quasi 2 miliardi di investimenti diretti e indiretti in 17 anni di storia. Posizioni azionarie in 12 società leader, quasi 18 miliardi di fatturato aggregato (la gran parte garantito da Fca e Ferrari) e un total return del 304% negli ultimi cinque anni. Oggi, per Tip-Tamburi investment partners, il settore lusso, fashion e design rappresenta il principale polo in termini di partecipazioni, con una quota del 33%. La banca d’affari promossa e guidata da Giovanni Tamburi ha creduto nelle potenzialità di Moncler (140 milioni di investimento), Roche bobois (30 milioni), Furla (30 milioni compresa la quota in vista della futura quotazione), Hugo Boss (quasi 65 milioni) e iGuzzini (75 milioni). Una diversificazione iniziata con più ritardo rispetto ad altri investimenti, ma che oggi ha un book value di 246 milioni e che per gli analisti ha un valore attuale di 292 milioni: quindi il guadagno intrinseco sfiora 50 milioni. Nelle previsioni di medio termine, questo portafoglio può arrivare a valere 358 milioni. Insomma, passa anche dalla moda lo sviluppo futuro di Tip. Come ha specificato in questa intervista a MFF lo stesso Giovanni Tamburi.

La scoperta del settore fashion e lusso è stata tardiva. Come mai?

Abbiamo sempre seguito l’evoluzione di questo business, ma avevamo la sensazione che i fondi di private equity e altre società finanziarie fossero interessati a quel comparto per una sorta di moda. Quindi volevamo tenerci lontani, come sempre, rispetto ai trend troppo diffusi.

Poi cosa è successo?

Ci interessava il design e abbiamo guardato numerose società. Studiandole ci siamo resi conto che la cosa più importante erano i negozi, non i brand, più la distribuzione che i marchi. Per cui abbiamo cercato la catena di mobili più prestigiosa al mondo e abbiamo scoperto Roche bobois. Inoltre, conoscevamo il mercato francese dall’operazione sui magazzini Printemps di cui siamo stati tra i più importanti investitori. Avevamo capito che in quel mercato c’erano notevoli potenzialità e che i francesi guardano all’Italia con interesse. Non solo per comprare aziende ma anche per valutare e definire alleanze. Roche bobois, del resto, acquista il 65% dei mobili in Italia.

Ora la quoterete?

Abbiamo preso un’azienda che aveva una redditività bassa, parecchi debiti ma enormi potenzialità non espresse. Oggi ha un fatturato aggregato di oltre 500 milioni, un ebitda di 28 milioni e liquidità. L’obiettivo dei soci è portarla in borsa, a Parigi.

Il vostro nome nel mondo della moda è legato a Moncler. Perché questo investimento?

Inizialmente eravamo titubanti perché il gruppo proveniva da un lungo percorso fatto di private equity che vendevano ad altri fondi e player finanziari. Tutti avevano fatto guadagni stellari, per cui non volevamo restare con il cerino in mano. Poi abbiamo conosciuto l’imprenditore, Remo Ruffini, e in una sera ci siamo ricreduti.

Cosa vi ha colpito in particolare?

La persona, l’uomo, il traghettatore di una storia industriale bellissima. Un mix di creatività e concretezza, imprenditorialità e sogno. Il nostro interesse è confermato dal fatto che questo è l’unico club deal, tra tutti quelli effettuati finora, nel quale Tip ha avuto la maggioranza, il 52%, della società veicolo che è entrata in Moncler.

Poi avete scommesso su Furla. Un’altra possibile matricola?

Ci sono piaciuti molto Giovanna Furlanetto e il suo modo di gestire l’azienda. Durante le trattative, l’amministratore delegato Eraldo Poletto, cui tutto il mondo attribuiva il merito del successo, se ne è andato, ma noi siamo rimasti al tavolo. È un’azienda fantastica, che volutamente si concentra sul business degli accessori, in forte crescita (nel 2016 i ricavi sono stati di 420 milioni con un ebitda di 60 milioni, ndr). È una storia interessante, un capolavoro in termini di posizionamento. Infatti, la grande forza è l’esportazione. Per esempio, da solo il Giappone assorbe oltre il 20% della produzione. Nei piani è prevista la quotazione in borsa, ma si deciderà quando avremo una equity story degna del mercato. Ora abbiamo molti soldi in cassa e poca voglia di vendere azioni.

L’entrata nel capitale di Hugo Boss come si spiega?

All’uscita del fondo Permira eravamo attratti dall’idea di investire e scommettere su un’azienda che si sembrava limitata in qualche modo dall’atteggiamento tipico del private equity. Soprattutto, era il primo network al mondo di negozi diretti (1.100, ndr). Poi, ci piaceva l’idea di investire in una società tedesca per diversificare e minimizzare il rischio per gli azionisti.

Farete altri investimenti, quindi, in questo settore?

Certamente ci saranno altre operazioni. Siamo azionisti molto importanti anche del gruppo iGuzzini. La way out migliore anche per questo investimento è lo sbarco in borsa che dovrebbe avvenire entro il 2019. Poi abbiamo Azimut Benetti, Eataly e Beta, che coniuga brand e utensileria.

Perché ancora il lusso?

Ci sono centinaia di aziende eccellenti, che insegnano al mondo artigianato, classe e gusto. Stiamo riuscendo a creare un network di imprenditori, a superare le barriere dell’individualismo che caratterizzano le nostre aziende. Nei prossimi anni succederanno cose interessanti e noi vorremmo aumentare il nostro peso e il nostro ruolo. Il settore cambierà faccia con il boom dell’e-commerce e anche qui vogliamo portare innovazione con le nostre decine di start up digitali. (riproduzione riservata)