The big match

di Stefano Roncato, foto di Oskar Cecere

In sette anni riccardo tisci ha ridato un'anima a Givenchy, mixando estetica goth, tocchi mitologici e gli opposti di street e couture. «Givenchy è una griffe impeccabile, che ha attraversato alcuni momenti bui, ma che è scritta nella storia». Ieri come oggi, a 60 anni dalla sua creazione.

The big match

Una partita lunga sette anni in cui ha riscritto la storia di simbolo della couture francese. Oggi Riccardo Tisci è Givenchy. Chiamato da Bernard Arnault nel 2005 per ridare smalto alla griffe del gruppo Lvmh, stagione dopo stagione ha costruito la sua estetica. Unendo alta moda e cultura dark, mitologia e street culture. Prima la donna e la couture. Poi il menswear e le collaborazioni blasonate. Per celebrare un’unione che ha portato il Dna del designer italiano, classe 1974, a fondersi con i cromosomi della maison creata da monsieur Hubert de Givenchy nel 1962.

In sette anni ha rivoluzionato l’universo di questa maison storica e blasonata. Quale è stato il percorso?

Sono stati sette anni incredibili, l’atelier è stata una scuola fantastica, sia a livello umano che a livello creativo. Quando sono arrivato qui era come arrivare in una casa abbandonata, non mi hanno consegnato le chiavi, me le hanno tirate dietro... ed è stato un bene perché ho avuto carta bianca per poter scrivere una storia tutta nuova.

Come ha approcciato una griffe dal passato così importante?

È stato un po’ un sogno... Givenchy è una maison che ha scritto la storia della moda, un marchio fissato in modo indelebile nella memoria collettiva, come Chanel, Dior o Yves Saint Laurent. Anche se ha attraversato momenti bui e un po’ di polvere aveva ricoperto questa avventura, il nome di Givenchy era ed è scritto nel metallo. Ecco, diciamo che sono partito da questo assunto quando sono arrivato qui e insieme a Marco Gobbetti (l’ad italiano scelto da Bernard Arnault per rifondare la griffe insieme a Tisci, ndr). Il punto è stato uno solo: fermare, cancellare e ricostruire tutto quanto. È stato un po’ come quando si compra una casa di cui non si è sicuri al 100%. Prima di farla vedere si chiudono le porte, si iniziano i lavori e solo quando tutto è finito si invitato gli amici a casa.

E voi siete andati in questa direzione....

Sì, abbiamo iniziato a ripensare tutto, a mettere in discussione ogni cosa, a rifondare una maison che fino a quel momento era stata un po’ abbandonata. Abbiamo fatto tabula rasa della divisione celebrities. Abbiamo chiuso i negozi. Ma era fondamentale per ricominciare.

Come si è avvicinato all’estetica della griffe, al bagaglio couture evocato da monsieur Hubert e all’immaginario della maison?

All’inizio avevo molta paura, poi ho cercato di immaginare uno stand vuoto che stagione dopo stagione ho cercato di riempire con i capi simbolo del mio guardaroba e del guardaroba della maison; la prima è stata la camicia, un pezzo iconico di Givenchy grazie a Bettina. Il lavoro è stato un po’ il mio psicologo... mi ha aiutato a non essere più timido e introverso e mi ha aiutato ad avere fiducia in me stesso, facendomi scrivere una storia nuova e un progetto estetico preciso.

Quali sono state le reazioni, in Francia e all’estero?

I primi ad appoggiarmi sono stati i buyer e una piccola parte della stampa, quella più attenta e d’avanguardia. All’inizio è stata dura. Semplicemente non era possibile che un designer italiano avesse un approccio goth e dark, fino a quel momento appannaggio dei belgi. E poi i francesi criticavano questa vision, lontana da Givenchy. Ma con gli anni hanno dovuto ricredersi. Perché i conti sono tornati in positivo. E a quel punto dopo aver sistemato il prodotto, ed erano passati tre-quattro anni, era arrivato il momento di dare un’identità  ancora più forte alla griffe, creando un mondo intorno agli abiti.

Un vero e proprio lifestyle, che ha cercato di raccontare attraverso la donna, la couture e anche il menswear, ultima avventura in ordine temporale...

L’idea era quella di fare da subito un rilancio in contemporanea della donna e dell’uomo ma non me la sentivo. Ho preferito aspettare il momento giusto. Che è arrivato più o meno dopo quattro anni. E oggi, se ci penso, mi diverto molto di più quando disegno il menswear.

Ha in mente dei punti di riferimento, delle icone che la ispirano quando crea la linea maschile?

Più che icone un’immagine; ero con Maria Carla (Boscono, ndr) a Cuba, stavamo rientrando dopo una serata in discoteca e a un certo punto, mentre passeggiavamo, le luci dell’alba hanno illuminato un campetto da basket dove un gruppo di ragazzini stavano giocando. Avranno avuto sì e no 14 anni. Uno di loro portava un paio di pantaloni  anni 70 del padre, risistemati, e una camicia di pizzo. Sprigionava una sensualità, una mascolinità incredibile. Quella è diventata la chiave di lettura: tanto la mia donna è sicura di sé e della sua sessualità da giocare a vestirsi/travestirsi, tanto lo deve essere il mio uomo. E così è stato.

Quanto c’è di lei nel suo menswear?

Tutto. Amo disegnare l’uomo perché penso anche a quello che mi piace indossare. Prima di progettare il menswear di Givenchy non mi sono mai vestito con capi di un designer, fatta eccezione per qualcosa di Hedi Slimane. Ho sempre scelto una certa cultura street e underground, un mondo workwear e lo sport mischiati insieme. Ecco nel mio uomo credo ci sia tutto questo. Sommato al fatto che non ho mai conosciuto mio padre e che, arrivando da una famiglia povera con tante sorelle, molto spesso mi ritrovavo a indossare qualche loro capo riadattato. Con la mia estetica maschile ho cercato di raccontare un mondo abbattendo qualche tabù.

A rinforzare il messaggio sono stati anche i casting dei défilé, che hanno tracciato il ritratto di un uomo nuovo.

Quando ho creato la prima collezione uomo mi guardavo intorno e l’estetica imperante era fatta di ragazzi esili e sottili, dalla bellezza nordica. Io sono mediterraneo, sono cresciuto con in testa Rodolfo Valentino, io stesso sono un piccolo gigante. Capivo che avevo bisogno di altro. Così ho iniziato a fare street casting a Cuba, in Portorico e in Brasile per trovare ragazzi healthy, alti e muscolosi. Un’estetica da emigrante, un edonismo latino. Che poi è diventato il trademark del progetto uomo.

Ma se dovesse scegliere tre concetti fondamentali per raccontare il suo menswear, quali sceglierebbe?

La sartoria napoletana, vicina al mio cuore del Sud Italia. Lo sportswear, in materiali deluxe. E l’America latina che torna stagione dopo stagione.

E poi quel côté di mitologia ed esoterismo che sono diventati i sigilli di questo mondo...

Credo che questo derivi dalla mia infanzia. Ho sempre desiderato avere un fratello (Tisci arriva da una famiglia di otto sorelle, ndr) e immaginavo di avere un compagno che una volta era un fauno che abitava in giardino, una volta un Minotauro con cui giocare. Il mondo di magia e mistero, invece, arriva dalle estati trascorse in Puglia con la nonna e dalle atmosfere del Sud Italia, intrise di iconografia cattolica ed emozioni ancestrali.

Per lei la famiglia è sempre stata una parte importante del suo percorso creativo, tant’è che anche intorno alla maison ha creato una gang di cultori e aficionados.

Ho sempre creduto tanto nei rapporti umani e negli stimoli che possono nascere da queste unioni. Poco per volta la famiglia che circonda Givenchy è cresciuta. Con Courtney Love,  Marina Abramovic, Kanye West o Madonna. Lavorare con lei è stata ed è un’esperienza incredibile. È una persona da cui ho imparato tantissimo. Il primo contatto è stato per il video di Give it 2 me, poi ci sono stati i costumi per il tour e per me è stato incredibile poter lavorare  con uno dei miei miti. Quando si è presentata la possibilità di collaborare di nuovo insieme non ci potevo credere.

Come è nata la performance del Superbowl 2012?

Dopo aver lavorato insieme, non ci siamo persi di vista, abbiamo continuato a sentirci. E sono stato contento che Madonna mi abbia chiamato per questo progetto cosi speciale. Ero in vacanza in Brasile e quando mi ha telefonato mi ha detto soltanto che mi voleva accanto per un’avventura, forse la più importante di tutta la sua vita. Abbiamo iniziato a parlare. Io ho pensato alla Cleopatra trionfale di Liz Taylor, lei aveva in mente due collezioni di Givenchy, il Punk marine della donna e lo Psychedelic Marocco dell’uomo. Abbiamo fatto tre fitting a New York et voila. È stata davvero una grandissima emozione, perché per il suo coming back ha voluto dei professionisti  ma soprattutto delle persone di cui si fidava anche a livello umano.

Che cosa si è regalato per questo anniversario?

Diciamo che il 2012 è un anno importante, ricorrono anche i 60 anni dalla sua fondazione ma in accordo con monsieur Hubert abbiamo scelto di non festeggiarli. Lavoreremo invece su un progetto interessante per la sede di avenue George V. Insieme agli architetti interni stiamo rivedendo tutto il building mentre con un artista ancora top secret ripenseremo il look dello store al piano terra. Che servirà come concept da esportare nel mondo. Tra fine marzo e inzio aprile chiuderemo la boutique che dopo un anno di lavori diventerà uno spazio ibrido, una galleria che accoglierà alcuni degli abiti cult creati in questi sette anni, che saranno rieditati in materiali speciali e che diventeranno dei pezzi unici.

Dopo tutti questi anni non le manca la sua griffe?

Quando ho iniziato questo percorso ho scelto di congelare il mio marchio... c’era bisogno di far crescere Givenchy, di ridargli un’anima; succede un po’ come con i figli, quando uno impara a camminare da solo vuol dire che ha bisogno di meno cure e si può pensare di metterne in cantiere un altro. Ed è un po’ quello che sta accadendo qui. Fortunatamente sono proprietario al 100% del marchio Riccardo Tisci e posso dire che tornerà in scena molto molto presto.