The sexy side of YSL

di Giampietro Baudo

La fotografia di Robert Mapplethorpe. La trasgressione e la nozione di potere associata al sesso, la cultura underground. Stefano Pilati svela il volto peccaminoso della griffe francese.

The sexy side of YSL
Stefano Pilati

«Sex & money». Una stagione raccontata in due parole. Il messaggio di Stefano Pilati per il menswear di Yves Saint Laurent è l'incipit di un nuovo capitolo estetico nella storia della blasonata maison francese, oggi satellite del gruppo Ppr di François-Henri Pinault. Dopo otto anni al timone creativo della griffe (è stato nominato nel 2004 dopo l'uscita di scena dell'accoppiata Tom Ford-Domenico De Sole, ndr) è arrivato il momento di cambiare. E tra i marmi immacolati della Sorbonne il designer ha scelto di intonare una sinfonia hard & sexy, vicina al côté più intimo e personale di monsieur Yves. «In questi anni ho sempre cercato di raccontare un'idea di uomo precisa... una figura elegante, cosmopolita. E soprattutto originale. Anche in questa stagione ho cercato di andare in questa direzione svelando una certa cultura underground che oggi non è più così nascosta e sommersa. Di segreta è rimasta solo una certa sessualità forte e quasi estrema, che ho cercato di distillare in ogni singolo outfit». A incorniciare il portrait di stagione, un grande brackboard artistico su cui si staglia una storica intervista ad Andy Warhol, la stessa che risuona nel soundtrack interpretata da Sam Wagstaff, storico boyfriend di Mapplethorpe, e remixata con pezzi electro di Scanner e frammenti di Justify my love di Madonna. Per un'atmosfera peccaminosa con influenze sadomaso.

Quale è stata l'idea guida di questa stagione?

Il bagaglio fotografico di Robert Mapplethorpe. Il sesso considerato come una trasgressione. Un giubbotto biker proveniente dall’archivio di YSL, risalente agli anni 70. La nozione di potere associata al sesso. L’assenza, in questo momento, di vere effervescenze «underground» come i movimenti elitisti newyorkesi degli anni 70/80. E poi un’immagine di monsieur Yves Saint Laurent con indosso un trench di pelle nera.

Quanto contano gli archivi della Yves Saint Laurent nel creare il menswear?

Non molto. Sono più che altro immagini di riferimento di monsieur Yves Saint Laurent che normalmente si iscrivono, con discreto senso di supporto, alle mie idee iniziali di creazione delle collezioni. Diciamo che sono frammenti e ricordi remixati tra di loro.

Quando disegna la collezione uomo ha in mente un punto di riferimento?

Spesso me stesso. Molto l’air du temps o alcune immagini iconografiche di maestri di stile, normalmente selezionati per la loro sofisticazione anche intellettuale.

Definisca il suo concetto di menswear. E soprattutto, secondo lei, in che direzione si sta muovendo la bussola del guardaroba uomo?

Il menswear in questo momento ha il vento di poppa. Da anni insisto con la mia moda per sollecitare la vanità che esiste in ogni uomo per renderla più accettata e meno destinata a un pubblico più femminile. Soprattutto operando all’interno di un marchio iconico come Yves Saint Laurent, dove originalità, stile e vanità sono non solo legittimi ma anche vitali all’identità e al successo della griffe.

Quali sono gli elementi essenziali del menswear oggi?

Silhouette definita. Interpretazione dei classici. Funzionalità. Spirito giovanile: quest’ultimo è la vera novità. Anche quando è classico, fino al bigottismo della tradizione, l’uomo ha preso coscienza che voler apparire più giovane lo fa sentire meglio.

Ha ancora senso portare in passerella l'uomo?

Finché stampa e clienti non svilupperanno un senso di immaginazione che va oltre la visualizzazione di un capo appeso, siamo obbligati a rappresentare un insieme, un tutto, un’ atmosfera. E niente, meglio di una passerella, è in grado di tradurre un'immagine, una fascinazione creativa, in un percorso concreto e facilmente comprensibile.

Esiste una tipologia di uomo a cui le piacerebbe parlare con la sua collezione?

Credo siano tutti i maestri estetici del passato. Il resto, mi interessa a tutto campo. Non giudico e non faccio distinzioni. Considero la mia moda atemporale e cosmopolita. Come dovrebbe essere la mia clientela ideale a cui sto raccontando questo percorso creativo.

Cosa preferisce creare di più, la collezione uomo o la linea donna?

L’uomo mi permette di rinnovarmi e di essere più pragmatico nella funzionalità. La donna seduce di più il sogno romantico della bellezza, quindi con un percorso e un approccio più astratti: nelle creazioni femminili si crea una tensione più impalpabile e intrigante.