American loft

di Francesca Manuzzi, foto di Rob Brinson

Una vecchia fabbrica di aratri del 1.800 trasformata a prova di famiglia. Spazio di vita e di lavoro. Casa, archivio di mobili brocantage e studio fotografico, che ora fa parte del King Plow arts center, il nuovo polo cool nel cuore di Atlanta.

American loft

Jill Sharp meets Rob Brinson. Lei stylist, designer e creative director. Lui fotografo ed educatore. S’incontrano, umanamente e professionalmente. E diventano i Brinson. Una famiglia canonica, ma fuori dal comune. Ossimoro di menti creative che diventano scintilla. La loro casa è una fucina di idee, abitazione, studio di posa. È  una vecchia fabbrica di aratri risalente al 1800, con oltre mille lastre di vetro a illuminare gli spazi, originariamente adibiti a fonderia e negozio per la vendita diretta dei prodotti della fabbrica. L’edificio vanta una superficie di 2.320 metri quadrati, con soffitti alti sette metri e mezzo. Una struttura iper-solida, tanto da non udire i 180 treni giornalieri che passano esattamente di fianco allo studio. È posta nel Westside district di Atlanta, quartiere cool per design, moda e dining della città e che fino a 23 anni fa, momento in cui Rob Brinson ha acquistato l’edificio, era quasi deserto. «Ero praticamente il solo inquilino dei 54 mila metri quadrati di fabbrica», ha raccontato il fotografo. «Mio figlio diceva che fosse come vivere a Fort Apache, fino a quando non sono riuscito a convincere un caro amico a investire il suo denaro nello sviluppo di un centro per l’arte. Fortunatamente tutto ha funzionato, ora è il King Plow arts center e siamo ancora buoni amici. Qui adesso è super chichi». Il lavoro di Brinson da sempre spazia dalla fotografia di moda all’interior, e con la moglie e il figlio Rob Brinson IV, che studia fotografia al Ringling college of art and design seguendo le orme dei genitori,  sono riusciti a organizzare lo spazio, che abitano full time da sette anni, in un luogo che rappresenti una sorta di fuga da tutto, dove possano continuamente intrufolarsi amici e parenti. In un gigantesco cubo di luce, che mixa industria e funzionalità in un metissage caldo e accogliente. Spalmato su due livelli, in cui la zona soppalcata è adibita a camera da letto privata e zona living. Senza muri e soffitti bassi, con una conference area in cui campeggiano due gigantesche capolettera RL in metallo, che pesano 27 chilogrammi l’una e stanno a simboleggiare l’iniziale di Brinson, nonché la stessa del figlio e del nonno e poi quella del padre. È una zona feeling-good, quasi completamente dedicata al padrone di casa, dove appende le stampe delle fotografie, per poi osservarle dal divano o dalla poltrona del 1950, restaurata da Jill Sharp, e che apparteneva alla madre di Brinson. «Jill pensa che il cane abbia il divieto assoluto di salire…», ha raccontato il fotografo lasciando intendere che capiti esattamente il contrario. Buona parte delle furniture del loft sono mobili brocantage o pezzi di design che la moglie di Brinson ha recuperato in giro per il mondo. Ne sono da esempio i lavelli della cucina, acquistati per 100 dollari in un mercatino. Così come il vecchio sgabello in ferro arrugginito che la Sharp ha trovato a Londra. Ma nulla è casuale. Infatti, Brinson racconta di aver visto quella specie di trespolo poche settimane dopo essere apparso in casa, anche sulle pagine di World of interiors. La parola d’ordine è quindi recupero. I cesti metallici sono reti da pesca comprate da una barca dismessa a Bodega bay in California durante uno shooting. Ed è un pezzo unico anche il tavolo costruito restaurando una vecchia caldaia comprata in Francia, posizionata sul pavimento, rivettata e mai più spostata per via del peso eccessivo. Ma è così per ogni cosa. Che si tratti dei 40 seltzer trovati in Argentina nel 1998 e portati negli States in duffel bag singole, a dispetto della felicità della sicurezza aeroportuale, o della scrivania del socio del padre di Brinson che risale al 1930: ha cassetti rivestiti di lettere, foto di famiglie altrui, contratti e custodisce oggetti direttamente dal 1850 (occhiali da vista, scarpe da ballo, etichette di maglioni, monete, accendini, libri mastro e una moltitudine di altri tesori antichi). Anche i tre bagni e mezzo della casa, così come li definiscono i proprietari, sono assemblati secondo la stessa filosofia; uno è una sorta di bagno volante, costruito con pannelli di una boiserie belga grigia di quattro metri. Poi la parte della casa che il proprietario ama di più: lo studio fotografico, 243 metri quadrati, esposti a Sud, con una luce incredibile senza risultare accecante. Ha pavimenti, spessi cinque centimetri, fabbricati con tavole di cuore d’albero di pino, trovati in una fabbrica di tabacco del 1800 in North Carolina, dove Brinson è cresciuto. Ma tutti questi oggetti e aneddoti legati al loft non sono le uniche ragioni per cui i Brinson lo amano. È, infatti, il luogo dove si sono sposati. Ai piedi della scala di legno, con 70 invitati, tra amici e parenti. «In fondo lo so, è questa la ragione per cui Jill mi ha sposato. Ha a disposizione 2.300 metri quadrati di pseudo magazzino per stipare i suoi cimeli». Ma non è decisamente così. Oltre a una grande e bellissima casa, sono una famiglia di cuore, piena di sorprese. A emblema di questo, il fatto che madre, padre e figlio possiedano un sito internet personale dedicato alle proprie attività, ma concatenato a quello degli altri parenti. Anche il cane dei Brinson, Ricky Bobby (da notare le iniziali, uguali per tutti i membri maschili della famiglia, ndr), ne ha uno, che rappresenta l’associazione filantropica sostenuta dai Brinson.