Contemporary

di Cristina Morozzi artwork Giorgio Tentolini

Contemporary

Yohji Yamamoto sostiene che: «Gli abiti non mentono». È possibile affermare che anche il design non mente? La risposta è si. Le cose delle quali ci circondiamo parlano di noi e del tempo nel quale viviamo, forse meglio e con più esattezza della moda. Alessandro Mendini, grande saggio del design e curatore di «Quali cose siamo», la mostra ancora in corso al Design Museum della Triennale di Milano, sostiene che: «Le cose sono come uno sciame che ci portiamo dietro. Senza le nostre cose», conclude, «non siamo nessuno». Per dirla à la Mendini, in qualche misura siamo le cose di cui ci circondiamo; e nel tentativo di raccontare chi siamo abbiamo scelto di illustrare la casa contemporary con il good design. In tempi di crisi c’è necessità di valori sicuri e di autenticità. Dopo aver divagato nel mondo degli stili, dopo aver sposato la decorazione sulle orme di alcune star del design che l’hanno utilizzata come loro cifra espressiva, conviene ritornare alle origini del design, ai suoi principi fondativi e su queste basi scegliere gli arredi adatti a raccontare la contemporaneità, con le sue contraddizioni e le sue crisi. La famosa definizione con la quale si riassume la qualità del buon design («La forma segue la funzione», ndr) contiene le ragioni dell’attualità di una scelta di buon design. Conviene, oggi più che mai, sposare la sobrietà, imparando, magari, a contaminare la produzione Ikea con alcuni pezzi di certificato design. Bandite le stravaganze, gli eccessi, le ridondanze formali e i vari neo, si torna ad apprezzare le espressioni epurate, risultato di una opera di riduzione e di affinamento segnico. Il che non equivale a scegliere la banalità, il basso profilo, anzi, al contrario, si rivela una scelta coraggiosa. Il buon design significa innovazione e capacità di sposare il rischio. Volge l’occhio al futuro, sceglie l’essenzialità e la pertinenza, sovente l’originalità. Le forme del design raramente sono arbitrarie. Ogni sua linea ha la propria ragion d’essere; ogni sagoma è il risultato di un processo, sovente sofferto, per riuscire a creare un manufatto non arbitrario, dotato di una propria coerenza. Rigore dunque come in economia? Non necessariamente. Dire design non equivale a una rinuncia al lusso e al superfluo, quanto piuttosto invocare uno alto standard qualitativo. Uno standard basato, non solo sull’estetica, ma su prestazioni e qualità, come resistenza, durata ed efficenza sulle quali poggia le sue basi il buon design.