Fashion videodrome

di Riccardo Vannetti

Il mondo dei cortometraggi supera l’uso quotidiano, diventa forma d’arte e viene assorbito dai linguaggi della moda. Per fondare una nuova era di comunicazione

Fashion videodrome

Anche l’arte, quella con la A maiuscola, ha dovuto sbattere la fronte contro la dura e rugosa consistenza della realtà massificata, consumistica, standardizzata dei nostri giorni. Tutto ciò che noi oggi viviamo dal punto di vista della comunicazione, che sia fotografica, video, pubblicitaria, editoriale ha certamente una paternità indubbia nell’ambiguo caso dell’Iperrealismo. Era appena passato il 1968, le prime videocamere portatili erano state messe sul mercato a un prezzo accessibile e un’intera generazione di artisti contribuì a dare vitalità a questa nuova espressione: la video-art. Questa tecnologia all’epoca dette la possibilità di sperimentare e indagare in maniera soggettiva le peculiarità dell’immagine in movimento, esprimendosi in maniera indipendente fuori dal controllo dell’industria cinematografica e dalle grandi produzioni televisive. Nacque così una neo-espressione creativa, un linguaggio ibrido sin dai suoi esordi, che trovò libero sfogo nella confluenza delle sperimentazioni degli artisti fra performance, danza, happening, musica e film, e per la sua natura mobile (e quindi nomade) divenne medium privilegiato per la documentazione e rielaborazione delle aspirazioni erratiche degli artisti. La telecamera è divenuta così per molti, creativi di ogni ambito, una compagna inseparabile, un’estensione stessa del corpo, un occhio elettronico che indaga e scruta per poi raccogliere e interpretare. A partire da quegli anni prende così corpo una spettacolare e ipnotica produzione video da parte di celeberrimi esponenti del contemporaneo che danno corpo allo scontro in atto tra cultura delle parole e la cultura delle immagini nel quale sono proprio immagini sensuali ed emozionali ad avere la meglio sulla cultura della riflessione critica. È il 1997 l’anno in cui Pipolotti Rist presenta alla Biennale di Venezia il video Ever is over all: la scena vista al ralenty e con un gradevole sottofondo musicale pop, mostra una giovane donna che corre allegramente per strada frantumando di tanto in tanto il parabrezza delle macchine parcheggiate lungo il marciapiede, utilizzando un fiore che in realtà è una vera e propria arma. Intanto alle spalle della protagonista avanza lentamente la figura di una poliziotta che sembrerebbe intenzionata a bloccarla. Ma ciò non accade, anzi, la poliziotta saluta, sorride e passa oltre senza punire affatto quella serie di atti vandalici spensierati e immotivati. L’ansia persecutoria dello spettatore viene così infranta e dissolta. A tal proposito Rist sostiene:«I messaggi che vengono trasmessi emozionalmente e in modo sensuale possono infrangere più pregiudizi e modelli di comportamento che un mucchio di saggi e di dissertazioni intellettuali». È questo il rudimentale concetto su cui tutta la produzione video odierna, da quella artistica agli spot, passando per la moda e giungendo ai cortometraggi e in parte anche ai film, si basa: la necessità e la volontà di arrivare direttamente al suo fruitore, facendogli «risparmiare» il tempo di «pensare», proponendogli una riflessione precedentemente costruita (e a volte infranta) dal creatore del video stesso. Sono molti gli artisti che hanno segnato l’ultimo ventennio con le loro video opere: da Kimsooja a Shirin Neshat, da Hans Op de Beeck a l’italianissimo Francesco Vezzoli. E tutti a loro modo hanno lasciato un segno indelebile nella memoria del contemporaneo sia nelle più pretenziose elucubrazioni concettuali sia nelle schiere del pop dove quello che realmente conta è la comune volontà di esprimere se stessi e di far partecipare il prossimo a una attività oggi estremamente diffusa e che vive una seconda «giovinezza» grazie anche ai numerosi social network e a una possibilità di diffusione a costo zero. Come è sempre successo (per l’arte in primis e per l’architettura poi) il mondo del fashion si sta appropriando di questo strumento in maniera consapevole dando vita a creazioni di sicuro non indimenticabili ma effimere e incisive, nelle quali la creatività del mostrare la moda si fonde con la genialità e la perspicacia dell’ideatore. Un esempio irriverente? Alla prima edizione di Men in Italy del gennaio 2011 (mostra-evento dedicata all’eleganza maschile realizzata durante la settimana Moda Uomo), Marco Braga e l’icona dello stile Anna Dello Russo hanno presentato l’opera Adresscode. Una produzione video in cui lo spettatore viene stupito e le sue aspettative sono disilluse. Un piccolo messaggio che mostra di avere un passato colto e di averne appreso la lezione. Un fermento di comunicazione che si sta radicando anche nel sistema moda.