L’art-chimia di Fendi

di Stefano Roncato

La griffe incanta Miami con la performance Craft alchemy, studiata con Strozyk-Need e aggiunge un tassello al suo progetto fatto a mano.«Stiamo creando lo scheletro della nostra Fondazione, una collezione di oggetti unici», ha detto Silvia Venturini Fendi.

L’art-chimia di Fendi
Allestimento Craft alchemy

Un allestimento surreale e poetico. Di mobili sospesi nell’aria, tirati dai fili di un burattinaio. Nati da una rielaborazione di pelle. La nuova avventura di Fendi a Design Miami segue quell’onda di sperimentazione design che è diventata uno dei sigilli della fashion house. Che è scesa in campo con Craft alchemy, performance nata dalla collaborazione con la designer Elisa Strozyk e l’artista Sebastian Neeb. Mobili antichi, prevalentemente del 18° secolo, e pezzi d’antiquariato vengono trasformati da legno massiccio in pelle ed altri materiali duttili, con un recycling degli scarti della produzione Fendi. Posti in un allestimento ispirato a Palazzo Fendi a Roma, il grande edificio in stile neoclassico, costruito intorno al 1700, che ospita la sede della maison. Con un concept esteso anche nel design dell’esclusiva Design Miami’s collectors lounge, quest’anno curata da Fendi. Ma come chiamare questo progetto, alla sua quarta edizione a Design Miami? «Non ha un nome preciso», ha spiegato Silvia Venturini Fendi, direttore creativo della maison capitolina, «rientra nel nostro ‘‘fatto a mano’’, ossia pezzi unici, prototipi, oggetti speciali. Che stanno costruendo lo scheletro della nostra Fondazione Fendi, che sarà una collezione itinerante. Più che arte, qui si tratta di design. L’arte infatti non dialoga con la funzionalità come fa invece il design. Che è più vicino alla moda e ad altre forme di creatività». Il legame tra la stilista e il mondo del design sembra infatti essere forte e radicato. «Il design mi ha sempre influenzato. I miei nomi preferiti? Gio Ponti, Carlo Mollino o Ettore Sottsass. Da italiana sono nata e cresciuta con il grande design italiano, che è sempre stato leader nel mondo. Ma non ho paura di spaziare, ad esempio oggi mi piace anche l’opera di Max Lamb», ha aggiunto. «Il futuro di questo percorso? Il progetto è iniziato nel 2008 con una crescita molto naturale e progressiva. E sempre in punta di piedi. Perché in questo caso la grande fashion house non fagocita i designer con cui collabora. Continueremo a sostenere questi progetti, sempre fedeli all’idea di non mettere in piedi operazioni di marketing. E questa filosofia è stata apprezzata anno dopo anno, adesso sono gli stessi creativi che ci contattano per collaborare con noi. Già quest’anno abbiamo ospitato nei nostri store 110 designer in tutto il mondo e abbiamo collaborato con il Royal college of arts di Londra». Ma secondo lei, che ha creato la Baguette, una tra le borse iconiche del secolo scorso (il mito di questa borsa sarà celebrato con un libro edito da Rizzoli e in uscita il prossimo giugno, ndr),  qual è il segreto per creare una bag di successo, un oggetto che mixa estetica, funzionalità e design? «Osare. Realizzare sempre qualche cosa che non c’è ancora».