L’ufficio in un pod

di Sasha Carnevali

L’ufficio in un pod
Roost

È sintomatico che il trend inglese degli uffici casalinghi abbia preso la forma (e il nome) dei pod, baccelli da coocooning dove sentirsi coccolati e contenuti. Sintomatico perché vengono eretti proprio nei giardini delle professioniste di Londra e delle maggiori città del regno: immersi nella verzura, rivestiti in legno, costruiti con materiali e tecnologie ecosostenibili, finestratissimi. Virginia Woolf, 100 anni fa, dichiarava al mondo maschilista: «A woman must have money and a room of her own if she has to write fiction». Oggi la richiesta di quella stanza tutta per sé è in ascesa costante tra giornaliste, designer, terapeute: non solo incrementa il valore della casa, ma l’acquisto si ammortizza in tempi più che ragionevoli rispetto al prezzo di un affitto. Quelli che una volta si chiamavano garden shed, e che le signore dabbene usavano per curare orchidee, dipingere acquerelli o, nella migliore delle ipotesi, scrivere un libro lontano dal trambusto domestico, si sono trasformati in moduli prefabbricati dalle forme decisamente meno vezzose: ci sono i pod che omaggiano Bauhaus e Le Corbusier, ma anche i pod a forma di uovo o di sfera che sembrano una tana di fantasia o qualcosa arrivato dallo spazio e adagiatosi nell’erba. Si parte dai modelli più piccoli senza servizi per arrivare a vere e proprie dependance con cucinotto, ma sono proprio quelli concepiti come studi per una singola persona a riscuotere maggior successo commerciale. Ecospace, azienda inglese che ha un branch italiano, propone uffici dove postazione di lavoro e scaffalature sono integrate ed ergonomiche. Roost progetta quelli dal look più chic e avveniristico, completamente bespoke. Archipod è famosa per le sue unità sferiche rivestite con shingle in legno naturale: un mix di New England e di astronave con tanto di lucernaio-oblò e portello ad apertura verticale. A 15 mila sterline sarebbe andata a ruba nel circolo di Bloomsbury.