Pixar mythology

di Matteo Zampollo

Pixar mythology
Teddy Newton per Pixar

Non sono solo cartoni. La chiave di lettura della mostra «Pixar, 25 anni di animazione», aperta fino a febbraio al Pac di Milano, in anteprima per l’Europa, è proprio questa. Far scoprire cosa c’è dietro il mondo tridimensionale, invaso da cowboy giocattolo, space ranger, mostri, supereroi e macchine parlanti. Che vive di storie, anche per adulti e di successi mondiali (basti pensare ai sei premi Oscar vinti dalla casa come miglior film di animazione). L’esposizione milanese mette in scena più di 500 opere, tra bozzetti, schizzi e opere d’arte, create all’interno dei laboratori Pixar. «L’arte da noi sfida la tecnologia. E la tecnologia ispira l’arte». Il diktat di John Lasseter, direttore creativo della casa di produzione, lascia spazio a entrambi gli aspetti. Arte e tecnologia. «Tutti i nostri film vivono di tre cose: una storia, innanzitutto, dei personaggi credibili e in cui ci si può identificare, e un mondo, non verosimile, ma coerente con se stesso». E di mondi, in mostra, ce ne sono tantissimi. Dalle prime opere con protagonista Luxo, la lampada da tavolo, logo dell’azienda, agli ultimissimi seguiti di Toy story e Cars. Ogni volta una sfida, ma che lascia ampio spazio ai creativi e ai registi delle singole storie. «Da noi non decidono i produttori, ma i registi. E non ci interessa da dove arriva un’idea. Anche io posso dare un’opinione che poi non viene ascoltata. L’obiettivo finale è il film. Che funzioni e abbia dentro di sé tutte le migliori idee che ci sono venute a riguardo», ha sottolineato Lasseter. Il guru del cinema, da molti considerato il vero erede di Walt Disney, continua a sognare e sfornare successi. E continua a far emozionare più di una generazione.