Miscellanea irriverente

di Cristina Morozzi

La creatività non conosce crisi: le difficoltà economiche mettono le ali alla fantasia, che gioca provocando. Aleggia saggezza, pertinenza e appropriatezza, ma spira forte anche il vento della follia. Sono bizzarrie dotate di un personale segno distintivo.

Miscellanea irriverente
Ferruccio Laviani

Coraggioso e ai limite della follia, il progetto di Ferruccio Laviani per F.lli Boffi. Nel comò (W)hole, proposto al Salone del mobile di Milano 2012, il designer offre una prova clamorosa della sua capacità di trasgredire le regole del design contemporaneo. Primo atto dell’operazione: scegliere un esemplare storico, un comò con struttura bombata in legno venato e decorato con fregi dorati, che pare rubato dalle stanze della Reggia di Venaria. Secondo atto: strapparlo alla sua epoca e proiettarlo con decisione nel futuro, scavandovi sul fronte un buco rotondo, dotato di un ampio bordo, verniciato di fucsia. Si tratta di una ibridazione di nuovo genere: non una contaminazione, ma piuttosto una ferita, uno sberleffo segnaletico, immaginato per rompere l’armonia dell’impianto classico, che si leva come un grido su un brusio di voci sussurranti. Anzi, a ben vedere, si può parlare quasi di eresia e di ribellione, magari sorridente, alla dittatura degli stili. Perché il buco è uno sfregio, sia nei riguardi del classico sia della modernità. Laviani ripropone un mobile barocco, ma lo vandalizza con un’orbita colorata. Lo viola, scavandone il fronte e lo sradica dal suo tempo storico, ponendolo in bilico tra passato e futuro.
(W)hole può essere letto come un viaggio nella storia dell’abitare: si saltano le tappe epocali, si accorciano i tempi degli stili, per riunire in un unico pezzo un compendio di storia. Il moderno si incastra nell’antico, delegittimando qualsiasi coerenza stilistica. Si tratta di una studiata provocazione, di un invito coraggioso a osare. Il buco è un gesto teatrale che richiama le creazioni surreali di Dalì: non sfigurerebbe a Figueras tra i braccioli con le mani, i divani bocca e le altre diavolerie arredative del maestro spagnolo.


Alessandro Ciffo

Artista solitario e schivo legato a Biella, la sua città dove vive e lavora, Ciffo ha scelto di esprimere la sua vena artistica dedicandosi ai materiali plastici, in particolare il silicone e la schiuma poliuretanica. Scoperto dalla galleria di design Dilmos, approda quest’anno alla Triennale di Milano con la collezione Iperbolica, una serie di 11 poltrone in silicone interamente autoprodotte. Ciffo sfrutta la duttilità del materiale per creare monoliti, soffici come budini, ma elastici e resistenti. Mescolando il silicone, plasmato con l’aria o con la schiuma, ai pigmenti colorati. Come un alchimista, ottiene effetti cromatici pirotecnici. Inventore di processo, Ciffo ha scelto di dedicarsi con devozione al silicone, che manipola con la naturalezza con cui il panettiere impasta il pane, creando nel tempo una straordinaria galleria di oggetti morbidi, che hanno la perfezione e l’esattezza di una porcellana cinese. Pare quasi che con la sua abilità voglia superare la cedevolezza plastica per dare alle sue creazioni un nitore di tipo marmoreo, evitando l’effetto materico e imperfetto, tipico degli artisti devoti a uno specifico materiale.

 

Maarten De Ceulaer

Chi temeva che la spinta all’omologazione conducesse alla progressiva perdita del Dna geografico della creatività, si deve ricredere davanti alla serie Mutation del designer belga Maarten De Ceulaer, esposta nella collettiva «Perspectives», curata da Giovanna Massoni alla Triennale di Milano. La serie, più che a un arredo, assomiglia a una crescita incontrollata di cellule, ad un insieme casuale di protuberanze. Più che il risultato di un progetto studiato a tavolino sembra l’effetto di una malattia degenerativa. De Ceulaer conferma la speciale vena dadaista belga. Nel 2008, in occasione di Torino design world’s capital, la mostra «Je suis dada» allestita dal Belgio pose l’accento su questa tendenza, rivelando quanto ancora fosse vitale e propositiva. Per Maarten, diplomato all’Accademia di Eindhoven, vincitore nel 2007 del Dinamo design award, Mutation rappresenta il naturale approdo di un percorso all’insegna della sovversione, tra il ludico e il macabro.

 

Leo Capote

Abita in campagna, vicino a Brotas, in Brasile. Non si considera designer, ma artigiano delle cose comuni. Lavora con le mani, assembla, trasforma per dare nuove sembianze agli oggetti di tutti i giorni. Leo Capote è un vicino di casa di Fernando e Humberto Campana, che a Brotas hanno la loro maison natale. Il suo lavoro rivela come trasformazione e resurrezione di oggetti quotidiani siano nel Dna brasiliano. Assemblando viti e bulloni ha costruito un tavolo che pare un ragno; con i dischi di vinile ha realizzato un’elegante seggiolina; con le pale da giardino ha progettato sgabelli e panche. Il nutrito corpus del suo lavoro denuncia una stretta parentela con il ready made, come rivela il suo funzionale sedile fatto con le pale: nessuna elaborazione, basta un supporto triangolare e pale disposte a testa in giù per dare alla seduta un tocco pop.