Olympic tower

di Matteo Zampollo

Olympic tower
ArcelorMittal Orbit

Un po’ Tatlin, un po’ Eiffel. Un po’ visionario e a un passo dall’irrealizzabile, un po’ icona e simbolo post industriale. Oltre che monumento olimpico, emblema del tanto atteso evento londinese dell’estate 2012. Con un nome e un cognome. ArcelorMittal Orbit. Il nome è quello dell’azienda leader al mondo nella produzione di acciaio, maggiore sponsor dell’iniziativa, con un investimento di circa 16 milioni di sterline, sui 19 milioni del costo totale, oltre che fornitore delle oltre mille tonnellate di materiale. Il cognome è il succo del progetto: un’orbita creata da uno sciame di elettroni che si muovono. Le firme in calce al progetto, invece, sono quelle di Anish Kapoor, il visionario architetto e scultore, e di Cecil Balmond, della multinazionale del design Arup. Sono loro le due teste che si sono unite per creare qualcosa che: «Rappresenta una radicale innovazione nell’arte e nell’architettura, una struttura che utilizza l’instabilità come stabilità», hanno spiegato. Instabilità, appunto. Come quella che proveranno i numerosi visitatori attesi, che saliranno la vertiginosa scala a chiocciola, fino ad arrivare quasi in cima ai 115 metri dell’Orbit. Pronta a diventare la scultura più alta di tutto il Regno Unito, la torre di Kapoor e Balmond non aspetterà l’arrivo della fiaccola olimpica per essere inaugurata, visto che l’apertura ufficiale è prevista prima dell’estate di quest’anno. Come tutte le grandi opere, non può accontentare tutti quanti. I detrattori ci sono e si fanno anche sentire: la torre è stata definita sulla stampa «Meccano on crack», e anche un sondaggio on line del Guardian ha avuto risultati non troppo incoraggianti. Ma le critiche, da là sopra, il nuovo simbolo dell’East end non riuscirà neanche a sentirle.