The master of lifestyle

di Sasha Carnevali

Peter Marino è l’archistar per eccellenza. Amato dal jet-set internazionale, è una summa di anticonformismo iconico. Che nasce da una mania: viaggiare solo in moto

The master of lifestyle
Peter Marino

Prima ancora di citarne i lavori iconici, è impossibile parlare di Peter Marino senza notarne il look iconico: in ogni occasione cinto di lacci, catene e cuoio nero, marito e padre che sembra appena sbarcato dalla sua Triumph davanti un gay biker club newyorkese, accento e vocaboli squisitamente british che sanno di affettazione ma hanno origine nelle sessioni di logopedia della sua infanzia (aveva difficoltà a parlare), appassionato di lirica (il suo sogno è realizzare un teatro d’opera) e di antiquariato, collezionista di bronzi al punto di esporli alla Wallace. L’archistar più amato dal jet-set internazionale è una summa di interessi e attitudini che nell’uomo ordinario vivono in contraddizione tra loro, ma che in Peter Marino compongono un prisma dalle tante, brillanti sfaccettature. Eppure: «Eclettismo significa che non sai cosa stai facendo», ha raccontato. È un purista, insomma. Il suo approccio ad ogni progetto è organico perché: «Non esiste, per me, differenza tra interno ed esterno, tra architettura, design e landscaping: sono la stessa cosa». Affidategli un progetto (ma non la vostra prima casa, non accetta più di lavorare con «Clienti vergini: è troppo doloroso, perché non sanno ancora cosa vogliono») e lui vi disegnerà tutto, dal cespuglio alla porta d’ingresso, alle tazze in cucina. Go-to-guy per i grandi brand del lusso che richiedono store ad alto impatto emotivo, life style experience definite dalla fluidità degli ambienti, dall’uso avant-garde dalla luce e della materia (vedere Chanel, Ermenegildo Zegna, Louis Vuitton, Christian Dior, Hublot, Céline, Estée Lauder, Emporio Armani e Lancôme), Marino viene dall’architettura residenziale. Quando aprì il suo studio a New York nel 1978, Andy Warhol si fece ristrutturare la casa e la terza sede della Factory. «È attraverso Andy che ho conosciuto Pierre Bergé e Yves Saint-Laurent, gli Agnelli e i Rothschild, che diventarono miei clienti. Ed è attraverso un piccolo lavoro per Barney’s (un bancone per la vendita di cioccolato, ndr) che ho cominciato a occuparmi di retail: il proprietario mi portava a Milano per farmi capire lo spirito di Giorgio Armani e di Fendi, mi presentò Calvin Klein e Donna Karan per i quali dovevo progettare i corner». L’uso della prospettiva che contraddistingue l’opera di Marino potrebbe avere origine proprio dai suoi lunghi viaggi in moto: «Guidare una macchina è così piccolo-borghese e orribile: ti imprigiona in una scatola su ruote. Le moto invece aprono il campo visivo, fino a farlo diventare enorme».